Giovanni Gabriele un eroico Ufficiale Borbonico caduto nella battaglia contro i “garibaldini”

| di Geremia Mancini
| Categoria: Personaggi
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Dipinto "Battaglia del Volturno" probabilmente del pittore bergamasco Frizzoni

Giovanni, Liberato, Ferdinando GABRIELE nacque, il 1 febbraio del 1838, a Pescara da Don Giuseppe (all’epoca primo tenente del Genio) e da Donna Colomba Betti.


Stralcio dell'atto di nascita di Giovanni, Liberato, Ferdinando GABRIELE;

L’atto di nascita fu registrato dinanzi all’allora Sindaco Pietro D’Annunzio. I genitori di Giovanni si erano sposati (come recita l’atto) nella “Regia Chiesa di San Cetteo” l’8 luglio del 1827. Il padre, nato a Chieti l’11 agosto del 1799, era di nobili origini e figlio del Barone Salvatore Giordano. La madre era figlia dei possidenti Don Angelo Betti e della “gentil donna” Teresa Betti. Tre anni prima di lui, precisamente il 7 dicembre del 1835, era nato il fratello Ferdinando, Cetteo, Antonio.

Servire l’Esercito e i Borboni fu per Giovanni una logica e quasi inevitabile scelta. Il giovane, di animo assai gioviale, all’occasione sapeva essere estremamente risoluto. Prima di lui scelse la strada militare il fratello Ferdinando. Poi toccò a Giovanni di entrare nel “Real Collegio della Nunziatella” per l’Accademia Militare. Quando, nel 1860, si scatenò la guerra contro il “Regno delle due Sicilie” lui fu, naturalmente, inviato in battaglia.

Ardimentoso e sprezzante del pericolo, pur giovanissimo tenente, venne destinato a ruoli strategici e delicati. Nella stessa guerra combatterono il fratello Ferdinando e il Generale Giuseppe Giordano suo padre. Il 26 settembre del 1860 ebbe inizio quella che venne definita “La battaglia del Volturno”. Si susseguirono sanguinosi e violentissimi scontri durante i quali emerse il coraggio di Giovanni Gabriele. Rimasto ferito ad un braccio continuò ad essere alla testa dei suoi uomini. Per il valore dimostrato fu promosso capitano sul campo.

Poi il 1° ottobre del 1860 l’Esercito del “Regno delle Due Sicilie” tentò di riconquistare la strategica cittadina di Santa Maria Maggiore (oggi Santa Maria Capua Vetere). Una zona di assoluta importanza militare fu ritenuta, dal Colonnello Vincenzo D’Orgemont, quella del “cimitero”. Per difendere quel presidio occorrevano uomini disposti anche all’estremo sacrificio. Fu allora che D’Orgemont fece chiamare l’oramai Capitano pescarese. Gli disse che difendere quella postazione era assolutamente indispensabile per la vittoria.

Il Capitano Giovanni Giordano con i suoi uomini della “Brigata Marulli” e con due cannoni di rinforzo cercò di contrastare gli attacchi dei garibaldini. Ma la postazione era troppo avanzata, isolata e, per di più, completamente scoperta. Così la “Brigata Marulli” fu letteralmente annientata dal fuoco nemico.

Chi assisté a quel “massacro annunciato” raccontò di eroici comportamenti ispirati ed alimentati proprio da Giordano che cadde assieme ai suoi uomini. Anni dopo l’ufficiale borbonico Ludovico Quandel, presente quel giorno, ricordava in una sua memoria, riferendosi a Giovanni Giordano, di aver notato lo sguardo e il sorriso di orgogliosa soddisfazione con cui questo andava incontro al nemico.

Altri raccontarono:

“Non dimenticheremo mai quello sguardo fiero ed eroico sul volto di quel ragazzo che, al grido di “Viva Francesco II”, andò contro il nemico pur sapendo che avrebbe incontrato la sicura morte”.

La sua figura è stata ricordata, tra altre, durante un Convegno tenutosi a Capua nell’ottobre del 2016.

Geremia Mancini

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