San Cetteo patrono di Pescara, la vita e la storia del Santo

| di Elisabetta Mancinelli
| Categoria: Storia
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La storia di Cetteo è avvolta nel mito, le notizie intorno alla sua vita sono tratte unicamente da una “passio” (antico racconto del martirio di un santo) ampiamente leggendaria nella quale sono contenute, però, alcune tradizioni locali riferentisi al tempo delle invasioni longobarde in Italia, probabilmente attendibili.

LA VITA DI CETTEO

Cetteo, secondo questa fonte, era un giovane dalmata che ,nel suo paese nei pressi di Spalato, era destinato ad imparare uno dei mestieri che si esercitavano nei suoi luoghi :pastore, boscaiolo o allevatore di cavalli, ma lui sapeva leggere e scrivere e si sentiva mortificato nella sua intelligenza. Ancora giovanissimo un giorno decise di recarsi al porto di Spalato in cerca di lavoro. Il padrone di un veliero ,che portava legname sulle coste italiane ,gli offrì la possibilità di imbarcarsi come scrivano di bordo. La mattina dopo il bastimento prese il mare e, dopo 20 ore di navigazione, entrava nel porto di “Piscaria”. Il ragazzo , una volta sbarcato, non sapendo dove andare , entrò nella chiesa che si trovò sulla strada quella dei Santi Leguziano e Domiziano, assistette alle funzioni e poi si avvicinò al sagrestano e gli chiese un lavoro. Fu addetto alla pulizia del tempio. Per la sua intelligenza e la sua bontà Cetteo fu preso a benvolere da tutti ed imparò a servire la messa , poi la sua vita, data la sua forte personalità , fu in continua ascesa tanto che nel 595, in giovane età, divenne Vescovo e comandante del Forte di Piscaria . Si era nel Medioevo e la Fortezza , assediata dai Longobardi , resisteva sotto gli ordini di Cetteo oltre che per il suo l’impegno e i suoi atti valorosi anche per le estese paludi che con le febbri malariche sterminavano più nemici che il cannone . I Longobardi , rabbiosi per la preda che continuamente sfuggiva alle loro mani , non toglievano l’assedio sperando di prendere il Forte con l’astuzia o con la fame. La cittadella veniva rifornita di viveri e bestiame da contadini che vi giungevano la notte attraverso passaggi sconosciuti agli assedianti. Qualcuno però fece la spia e gli assedianti , una notte di tempesta si mischiarono ai contadini e, raggiunto il corpo di guardia, uccisero i soldati che vi si trovavano e aprirono le porte al grosso dell’esercito longobardo che ebbe così ragione della fortezza. La città fu messa a sacco ed i suoi difensori vennero trucidati. Il vescovo Cetteo fu fatto prigioniero con altri ufficiali e, prima di venire ucciso, fu barbaramente martirizzato e poi trascinato in catene in mezzo ai soldati, ubriachi di vino e di saccheggio, fino al ponte di barche dove con un macigno al collo , venne gettato nel fiume.
Si concluse così la vita di Cetteo con un glorioso martirio per la fede e per la sua città ed il suo nome rimase a simboleggiare lo spirito religioso e patriottico. Dopo la sua santificazione, Pescara e la sua Curia Arcivescovile lo hanno adottato come Santo Patrono, dedicandogli il Tempio Nazionale della Conciliazione, costruito in epoca fascista, sulle rovine della vecchia chiesa di Santa Maria di Gerusalemme in un luogo altamente simbolico per l’ antica Ostia Aterni prima e della altomedievale Piscaria poi.


L’ANTICA PROCESSIONE


Fino al primo conflitto bellico a Pescara , nei giorni che precedevano la festa di San Cetteo, la terza domenica di agosto, tutti i vecchi pescaresi entusiasmati dall’euforia della festa , senza guardare a spese, facevano a gara preparativi per rendere più bella e accogliente la città. I negozianti esponevano le merci migliori , si ripitturavano i fabbricati , si raddoppiava l’illuminazione . Tutto il rito della festa di San Cetteo si svolgeva intorno al fiume simbolo di vita, di trasformazione, di identità, di tradizione e nel fiume, la leggenda vuole, sia morto annegato Cetteo.
La domenica mattina il corteo processionale, a mezzogiorno, passava sul ponte di barche addobbate a festa e la statua del santo si fermava rivolgendosi religiosamente verso il fiume e verso la piccola flotta di “barchitti” da cui partivano spari e bombe d’aria. Proseguiva poi il suo percorso e arrivava in piazza Garibaldi percorrendo Corso Manthonè: era questo il momento più intenso e suggestivo della festa in cui la partecipazione era totale grazie anche alla musica. La statua del Santo patrono veniva infatti preceduta dalla banda: una istituzione ineliminabile della festa perché ne rappresentava uno dei momenti ludico- agonistici più coinvolgenti. Per San Cetteo venivano a Pescara le migliori bande della regione e con esse molti sostenitori che facevano un grandissimo tifo gettando ai beniamini confetti e fiori, mentre agli avversari riservavano, nei momenti più accesi, insulti e a volte anche sassate. Rimangono vive testimonianze della rivalità di queste bande rivali ognuna con i suoi suonatori, le sue astuzie per conquistare le piazze che restano una significativa testimonianza della storia del costume abruzzese.


LA FESTA


La festa poi proseguiva nel pomeriggio e alle 16 da Rampigna un fuochista, conosciuto in tutta la città “ Gisilà”, faceva tuonare un vecchio cannone del forte borbonico che segnava l’inizio del gioco della “cuccagna”. In mezzo al fiume su di un vecchio barcone veniva issato un lungo pennone unto, vinceva chi riusciva a raggiungere la punta su cui era legato il palio. Ci provavano in tanti ma la maggior parte dei partecipanti, dopo vari equilibrismi, scivolavano in acqua con buffi tuffi tra l’ilarità della folla astante. Dopo la cuccagna si facevano altri giochi : la caccia all’oca in cui i nuotatori dovevano riuscire ad afferrare il volatile che tentava di scappare e la sfida dei battelli tra i marinai dei due borghi nord e sud seguita con entusiasmo e partecipazione emotiva come i concerti bandistici in piazza.
Una grandiosa illuminazione galleggiante veniva realizzata posando sul fiume migliaia di cartine colorate ognuna illuminata all’interno da una candela. La corrente le trasportava come un corteo di fiori di fuoco per circa un chilometro fino al mare . Intanto lungo Corso Manthonè e Piazza Garibaldi , illuminate a giorno dai lampioncini ad olio di vetro colorato, gente accorsa da ogni parte della regione, affollava locali e la piazza dove suonava la banda. Sulla Pescara le barche venivano adornate di festoni e fiori , signorine e marinai accompagnati da un’orchestra ottocentesca cantavano le belle romanze dialettali abruzzesi.
Ma l’apoteosi finale erano i “fuochi” finali che Romeo Tommolini (giornalista e storico pescarese) così suggestivamente fotografa. “Migliaia di lampioncini: un immenso incendio scivola sul fiume fino al mare , fino al largo dell’Adriatico… Girandole che sorgevano dal Pescara e andavano ad illuminare la vecchia cupola di san Cetteo, come comete di oro , ballerine illuminate che danzavano sull’acqua grossi cesti che lanciavano qua e là come fiori colorati, pesci illuminati internamente con bengala, corazzate che sparavano cannonate di luce contro il pubblico, migliaia di fiaccolate sul fiume , fontane d’oro e pioggia di fuoco e di colori fino al mare: tutto un incendio d’allegria e di luce che davano quasi la dimostrazione d’un momento di esplosione di quella gioia tipicamente ottocentesca che ora è soltanto un ricordo e un rimpianto”.
In seguito la festa dedicata al Santo patrono della città dalla terza domenica di agosto è stata spostata al 10 ottobre.

Ricostruzione storiografica di Elisabetta Mancinelli

I documenti e le immagini sono tratti dall’Archivio di Stato di Pescara e da “Racconti della memoria di una Pescara dannunziana” di Federico Valeriani e Rossella Perletta e “Pescara” di Pasquale De Antonis e Renato Minore.

Elisabetta Mancinelli

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