L'iconografia delle vele dei primi del '900 lungo la costa abruzzese

| di Vito Giovannelli
| Categoria: Storia
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Intorno al 1928 si videro lungo le coste abruzzesi e molisane i primi pescherecci a motore. Dopo il secondo conflitto mondiale ci fu una grande espansione di pescherecci motorizzati.

Uno dei primi pescherecci a motore della marineria pescarese fu l'Audace, di proprietà della famiglia Spina (leggi l'articolo sulla storia di Borgomarino). Con la massiccia diffusione della propulsione meccanica scomparvero le paranze con lo scafo di legno, imbarcazioni in gran parte costruite dai maestri d'ascia di Ortona, San Vito Chietino, Vasto, Pescara, Silvi, Roseto e di Giulianova.

Vuoi maggiori informazioni sui costruttori di imbarcazioni tra '800 e '900? Leggi qui l'approfondimento sui costruttori.

Scomparvero, conseguentemente, le vele realizzate in tela d'Olona il cui tessuto si acquistava ad Ancona, a Bologna, a Prato o, addirittura, si ordinava a Trezzano sul Naviglio, in provincia di Milano.


Le vele

Le vele, solitamente in cotone raramente in misto canapa, prima di ricevere le decorazioni, venivano immerse nelle vinacce, perché il tannino in esse contenuto proteggeva il cotone dalla salsedine e dalle muffe.

La tonalità giallo-arancione non è da attribuire come alcuni hanno scritto (Sergio Marzocchi, Urbino, 1983 - Elisabetta Silvestrini, Roma, 1989), a precise scelte cromatiche dei marinai, ma a fattori di natura protettiva del tessuto, solitamente di cotone rinforzato a sei capi (Cfr. Francesco Feola, Lanciano, 1997). La stoffa impiegata per la realizzazione delle vele era nota con l’appellativo di tela Olona. L'Olona è un fiume lombardo che alimentava e alimenta un’ampia e ubertosa valle ricca di piantagioni di cotone.

In gergo marinaresco, la vela si divide in tre parti: la parte alta è detta carro o corpo; la parte centrale è detta ventrame; la parte bassa è detta tressa.

La tressa, era facilmente bagnata dalle onde del mare, per proteggerla dalle continue slavature le mogli dei marinai o degli armatori erano costrette a ripetere la bagnatura della tressa nelle vinacce. Questa ripetuta operazione faceva virare il colore giallo-arancione, acquisito con il primo bagno in colorazione più scura, di timbro tanè. A questo accorgimento tecnico si deve il fatto che il registro inferiore delle vele (tressa) si presenta di tonalità più intensa.

È opportuno segnalare però che a volte sulla parte bassa veniva ricucito un fascione di rinforzo tinto nel mallo di noce e successivamente ripassato nelle vinacce.


Le immagini rappresentate

L'energia eolica, ormai, era superata e abbandonata. Con la scomparsa delle paranze scomparvero anche le lancette, imbarcazioni più piccole e veloci delle paranze usate, lungo tutte le coste abruzzesi, per portare più rapidamente il pescato a riva e ritornando in alto mare, le stesse rifornivano i pescatori di vettovaglie, per consentire di rimanere a pesca anche per 18 giorni (Cfr. Paolo Toschi, Venezia, 1946).

Sulle vele gli armatori abruzzesi facevano tingere immagini dai contorni rigidi, ma vistosi. Accorgimenti figurativi che consentivano di individuare, anche a considerevole distanza, le proprie imbarcazioni (Cfr. Ernesto Giammarco, Venezia,1964). Sulle vele gli armatori facevano inserire anche le iniziali dei loro nomi e cognomi (PN) o la loro data di nascita, come documenta una paranza che veleggiava nel porto canale di Pescara con la sigla 1.19.

Purtroppo, dalle ricerche condotte sia sul campo sia a tavolino non è emerso alcun nome di decoratori abruzzesi di vele. Contorni e campiture dei simboli collocati per lo più sulla parte alta delle vele (detta carro o corpo) o nell'ampia zona centrale (detta ventrame) venivano spennellate con il nero di seppia o con il mallo di noce coloranti naturali ai quali, come fissativo veniva aggiunto l’aceto forte o l’ammoniaca diluita. Gli stessi fissativi venivano usati anche se si ricorreva all'uso della terra gialla, della terra rossa e del blu oltremare.

Ho appreso, intervistando alcuni pescatori e armatori pescaresi (tra cui Marino Frosciacchi), che per delineare i contorni delle immagini si ricorreva all'uso di piccole scope, usate per pulire il fondo delle barche, e non all'impiego del pennello.

A Silvi Marina,come risulta da una intervista fatta a Vittorio Scordella, c'erano decoratori di vele, che le dipingevano anche su commissione, per pescatori residenti in altri porti e località abruzzesi.


Le immagini recuperate

Le immagini recuperate sono state da me distinte in due sezioni: astratta e figurativa.

Successivamente ho suddiviso la sezione figurativa in 4 sottogruppi selezionando e separando i simboli antropomorfi da quelli zoomorfi; i simboli fitomorfi dai soggetti eteromorfi.

I marinai meno abili nel figurativo ricorrevano all’innesto di elementi geometrici desunti dai codici di comunicazione marittima tra i quali sono state rinvenute fasce lineari, fasce ondulate, dischi, e onde marine (Cfr., Carla Gentili, Roma, 1989).

Per un rito in bilico tra magia e superstizione si sono salvati, tra la simbologia antica, solo due vecchie figurazioni: il pentacolo (stella con assi radiali inseriti in un cerchio), (Cfr. Aa. Vv. a cura di Pasqua Izzo, Roma, 1989) e il segno di Salomone, conosciuto dagli studiosi di simbologie, come esagramma.

Entrambe le tipologie simboliche, scomparse dalle vele è facile vederle, attualmente, in alcuni abitacoli di comando delle nuove imbarcazioni dallo scafo in vetroresina. Tra le figurazioni recuperate abbondano, specialmente, simboli di carattere religioso. Il patrimonio decorativo acquisito non è dovizioso e la varietà delle decorazioni recuperate, purtroppo, non è artisticamente significativa.

Vito Giovannelli

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