I bombardamenti su Pescara nell'agosto, settembre e dicembre 1943

La drammatica pagina della storia di Pescara e la faticosa ricostruzione

| di Elisabetta Mancinelli
| Categoria: Storia
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Le sirene suonavano quasi tutti i giorni ma venivano ignorate

Il 31 agosto e il 14, 17 e 20 settembre del 1943 nel pieno della seconda guerra mondiale, Pescara è stata oggetto di pesanti bombardamenti. La giovane città si vide costretta a sopportare un terribile calvario e scrisse, in quell’occasione, una delle pagine più drammatiche della nostra storia.

La guerra stava provocando enormi danni materiali e morali oltre a ingenti perdite umane in Europa, in Nord Africa, nel Pacifico e in gran parte dell’Asia.

Le ultime bombe cadute sulla città erano state quelle sganciate da alcuni aerei austriaci il 4 maggio 1917, durante la prima guerra mondiale, che causarono la morte di tre persone, due donne e un uomo, e la distruzione del dormitorio e della mensa dei ferrovieri presso la stazione.

Fino all’ultimo giorno di agosto del 1943 gli orrori della guerra non avevano toccato direttamente l’Abruzzo, né tantomeno Pescara nonostante la sua strategica posizione come nodo ferroviario e stradale, sede di aeroporto e di porto di mare.

Il sibilo delle sirene si udiva ormai quasi tutti i giorni e i più, convinti che si trattasse solo di semplici preallarmi, mostravano disinteresse quasi totale agli avvisi di pericolo imminente. Solo una piccola minoranza era solita recarsi in quei rari e neppure sicuri rifugi in genere improvvisati. Lo stato di guerra era sì avvertito dalla gente, ma più che altro per via delle restrizioni imposte, l’oscuramento totale delle strade, l’ascolto dei “bollettini” che spesso non dicevano la verità, le notizie trionfalistiche di Radio Londra, la voce nostalgica di Marlene Dietrich sulle note lente e malinconiche di Lilì Marlene, e il saltuario annuncio che qualche persona cara impegnata sui vari fronti, familiari o amici figurava nei primi elenchi di morti e dispersi.


I bombardamenti

Gli Alleati, sul versante adriatico, erano già nei pressi di Termoli e contavano di arrivare entro Natale a Pescara, per poi raggiungere agevolmente Roma percorrendo la via Tiburtina Valeria. Ma tra gli Alleati e Pescara c'era la Linea Gustav, una imponente linea difensiva voluta da Hitler e coordinata dal generale Albert Kesselring. Il bombardamento fu ordinato dal generale Montgomery che aveva l’obiettivo di colpire in maniera decisiva le linee di rifornimento dell’esercito tedesco che faceva uso della linea ferroviaria.

Secondo Manlio Masci (“Abruzzo anno zero”) Pescara fu colpita, perché rappresentava un giovane capoluogo voluto dal fascismo e proprio perché era un vitale nodo ferroviario per rifornire le linee di difesa tedesca. Anche se era ormai nell’aria che dovesse arrivare anche il nostro turno dopo i bombardamenti di Roma, Firenze, Napoli, Pisa e Foggia, l’attacco colse all’improvviso la città

Il primo bombardamento
Le prime bombe caddero su Pescara martedì 31 agosto 1943 tra le 13:22 e le 13:25 nel mezzo di una meravigliosa giornata di sole e molta gente si stava godendo ancora il mare. Si udirono quasi simultaneamente il tetro ululato delle sirene e il sinistro rombare dei quadrimotori americani: le Fortezze Volanti, decollate dall’Africa settentrionale, vomitarono sulla città circa 500 bombe ad alto e medio potenziale per, pare, circa 850 quintali di esplosivo. Le squadriglie alate, provenienti dal mare, piombarono sulla nostra città, ma non centrarono obiettivi militari e strategici bensì la zona più densamente abitata nel quadrilatero compreso tra il fiume, il mare, Corso Umberto e via Salaria, le due arterie all’interno delle quali scorre la linea ferroviaria che ebbe solo danni marginali. Non c’erano artiglierie antiaeree a proteggerci e le tre ondate di Liberators depositarono il loro carico distruttivo sulle costruzioni in centro lasciando lo spazio per la futura Piazza Salotto. Furono pochi, forse otto o al massimo dieci interminabili minuti.

Così Alfonso Di Russo li descrive «…visioni d’inferno dantesco fecero immediatamente seguito alle prime esplosioni. Un fuggi fuggi generalizzato e spesso senza meta tra i lamenti e le invocazioni dei feriti, molti dei quali prigionieri delle macerie , grida disperate da parte di gente scampata alla strage, ma allibita davanti a cadaveri o a corpi umani dilaniati , magari appartenenti ad una persona cara…le scene erano rese ancora più lugubri dalle colonne di fumo e di fuoco che qua e là si alzavano riducendo la visibilità…Insomma una vera e propria apocalisse»

Il bilancio di morti, secondo Carlo Colacito (“Pescara durante la guerra 1943-1944) è oscillante tra 900 e 1800 anime oltre un migliaio di feriti. Ma non ci sono dati certi anche perché come afferma Alfonso Di Russo “ ..in quei lunghi mesi di piombo e di forzato vagabondaggio ci fu caos negli uffici”.

I successivi bombardamenti
Il secondo bombardamento ci fu il 14 settembre quando gli animi di tutti si erano riaperti alla speranza dopo l’armistizio dell’otto settembre. L’attacco arrivò ancora dal mare e, secondo Manlio Masci ( “Abruzzo anno zero”), disegnò una croce sulla città che fu colpita pesantemente anche nella zona di Porta Nuova; ne uscirono indenni la nuova San Cetteo la casa natale di Gabriele D’Annunzio, la stazione centrale questa volta fu distrutta. Il numero delle vittime oscilla tra le 600 e le 900 unità.

Se delle vittime umane non si può fare un bilancio preciso, il Genio Civile ci informa meglio sul numero degli edifici colpiti: 1265 quelli completamente distrutti, 1135 quelli gravemente danneggiati e 2150 quelli che subirono lesioni lievi, la percentuale dei danni era dunque del 78%. Certo che alla fine del 1943, dopo gli ultimi attacchi del 16 , 17 e dell’8 dicembre che distrussero le chiese di San Giacomo e del Rosario, la città, secondo Costantino Felice, (“Storia in Abruzzo) appariva “spettrale cumulo di rovine”. E si fece sempre più deserta nel febbraio del 1944 quando i tedeschi , temendo sbarchi nemici, ordinarono lo sfollamento.

Arrivarono poi i saccheggi sia da parte dei tedeschi che con i loro automezzi caricarono biancheria, suppellettili e quant’altro, sia da parte dei civili che saccheggiarono la Biblioteca provinciale e la casa natale di Gabriele D’Annunzio dalla quale, secondo quanto ci riferisce Luigi Lopez, furono asportati fra l’altro gli orecchini di brillanti di una Madonna nella camera dov’era nato il poeta. Ai danni delle bombe si aggiunsero quelli prodotti dalle mine sistemate dai tedeschi e fatte saltare al momento della ritirata come difesa contro un eventuale sbarco nemico. Come ricorda il Colacito, per attuare il loro piano difensivo, in modo da avere chiara la visione dell’orizzonte e del mare, i teutonici abbatterono palazzi e strutture orgoglio di Pescara tra cui il Palazzo di Città, il recente nuovo molo (giugno 1944) e il Ponte Littorio che fu gravemente lesionato.


La fine delle ostilità, una città in ginocchio ma viva e pronta di risorgere

Pescara tornò finalmente alla pace e alla vita democratica, ma lo scenario materiale economico e sociale che si presentava agli amministratori era disastroso. Le attività economiche ridotte al minimo, le macerie come principale panorama cittadino, i “senza tetto” si contavano a migliaia, le comunicazioni erano difficili. I pescaresi, tornati dallo sfollamento in una città disastrata, iniziarono subito la ricostruzione, pur nella scarsità dei mezzi e nei gravi bisogni di ogni genere.

La città, sanate alla meno peggio le ferite, con grande coraggio e tenacia, prese a crescere di nuovo anche per l’afflusso favorito dalla depressione delle zone interne d’Abruzzo e di altre regioni.

Così Raffaele Colapietra descrive il desiderio della città di riprendere la crescita e di risorgere a tutti i costi: «Vi erano una grande ansia di sanare le ferite e di riprendere la crescita, la volontà di risorgere, di vivere e di sentirsi vivere pur in mezzo a tante macerie».

Il Touring Club Italiano del 1946 così descrive la cittadina: «fatta di strade larghe, ombrose...di villini eleganti nascosta in una festa di piante e di fiori...» e ancora...«la martoriata Pescara lavora tenacemente a ricostruire se stessa...è la più danneggiata tra le altre spiagge meridionali, ma essa dimostra di essere la più pronta a riaversi. La vita si svolge animatissima...sullo specchio del loro mare si vanno diradando le variopinte vele delle Paranze uscenti alla pesca sostituite gradualmente dai Motopescherecci».

Furono comunque soprattutto le possibilità offerte dall’industria edilizia a richiamare braccia insieme alla possibilità del mercato piccolo e grosso che la città in sé e la sua posizione favorivano.

Gente di tutto l’Abruzzo scende a Pescara, mecca e miraggio dei popoli di montagna. Le distruzioni della guerra insomma arrestarono solo per poco la crescita della città di Pescara che immediatamente riprese con nuovo slancio; ma lo sviluppo avvenne in modo disordinato e spesso caotico, nell’assenza di regole o nella trasgressione di quelle poche norme che si erano faticosamente imposte. La popolazione che nel 1936 sfiorava i 52 mila abitanti nel 1946 superò i 68 mila.

La dimensione dello sviluppo fu notevole ma non portò con sé un’apprezzabile qualità. Mario Fondi nel volume del 1970 dedicato all’Abruzzo e Molise, scrisse che nel primo periodo del dopoguerra nella città si incontravano marinai, agricoltori, pastori e mercanti improvvisati impegnati in affari disordinati e lo sviluppo urbanistico avvenne caoticamente, senza un piano preciso affidato quasi sempre alla iniziativa dei privati più facoltosi o più avventurosi. La città crebbe soprattutto in altezza senza un piano preciso, con la sostituzione di palazzine a due piani e villini con ampi edifici di cemento, col sacrificio del verde pubblico e il conseguente congestionamento del centro.


La ricostruzione

Emblematiche sono le complesse e non certo edificanti vicende dei dibattuti piani regolatori del dopoguerra. Pescara ebbe infatti dei piani urbanistici che, secondo quanto affermano Paolo Di Pietro e Piero Ferretti, non hanno mai avuto la funzione di strumenti effettivi, giacchè elaborati di volta in volta sotto la spinta di emergenze diverse e hanno avuto efficacia per i soli aspetti per i quali rispondevano agli interessi economici di determinati settori delle varie categorie imprenditoriali.

Il primo “Piano di ricostruzione” fu redatto tra gli altri da Luigi Piccinato uno dei più insigni tra gli architetti-urbanisti italiani dell’epoca, professore all’Università di Napoli che fece piani per numerose città italiane fra cui Assisi, La Spezia, Napoli e Treviso. Il Consiglio comunale lo adottò con delibera consiliare il 13 aprile del 1944 e il Ministero dei Lavori Pubblici lo approvò con decreto del 30 aprile 1947. Nel novembre del 1944 gli amministratori deliberarono una spesa di 60.000 mila lire, non poche per quel tempo e in quelle circostanze, per la ristrutturazione del Campo Rampigna testimone dei trionfi della “strapaesana”.

In quegli stessi giorni gli appassionati del ciclismo, reduci anch’essi dallo sfollamento col desiderio di tornare a vivere e far vivere la loro città, organizzarono un’ impegnativa gara ciclistica riservata ai corridori professionisti: il Trofeo Matteotti. Esso fu intitolato a una vittima dell’era che si era chiusa per proclamare la piena adesione a quella nuova che nel ’46 vide vittorioso prima il grande Gino Bartali e poi altri campioni come Coppi, Moser, Gimondi e tanti altri. Ma i pescaresi avevano in animo di riaffermare la propria identità e la continuità della vita cittadina calata nelle vicende nazionali: si stabilì perciò di proclamare il 1949 come anno delle celebrazioni storiche della città. Fu a tal uopo costituito un comitato a cui si devono iniziative destinate a trasmettere la memoria dei momenti più significativi della storia della città come il monumento a Ettore Carafa e Gabriele Manthonè, il cippo per i patrioti in Piazza Unione e le quattro epigrafi alle testate del Ponte Risorgimento.

Nell’ottobre del 1945 venne dato a Piccinato l’incarico di redigere il piano di ricostruzione della Stazione Ferroviaria e fu redatto da Roberto Colosimo un progetto per convogliare da Popoli le acque del Giardino con un nuovo acquedotto che fu realizzato dopo diversi anni ma non più solo a vantaggio di Pescara.

PONTE LITTORIO
Il vecchio Ponte Littorio, che era stato inaugurato nel 1933, sfuggì alle bombe durante il bombardamento sulla città ma cadde a pezzi nell’estate successiva frantumato dalle mine dei tedeschi in ritirata. Lo sostituì nel 1946 l’attuale Ponte Risorgimento, a tre arcate anch’esso, a cui seguì il ponte gemello: Ponte D’Annunzio.

TEATRO MASSIMO, CUORE DI MARIA E VLAHOV
Fu ultimato il cinema teatro Massimo il più grande locale di spettacoli della regione, venne iniziata la costruzione del santuario del Cuore di Maria nello stile delle antiche basiliche e si trasferì, da Zara a Pescara, la fabbrica di liquori Vlahov.

LA SEDE DELLA RAI E LA PRIMA TRASMISSIONE
Nell’aprile del 1947 il ministro democristiano Giuseppe Spataro vastese, che curerà sempre gli interessi della città anche nella sua aspirazione al titolo di capoluogo, venne in visita a Pescara e, in veste di presidente della RAI, scelse a San Silvestro un’ area per l’installazione di una stazione trasmittente che verrà inaugurata tre anni dopo. All’inizio delle trasmissioni RAI abruzzesi nel 1953 la sede venne stabilita in via Trieste e nel 1959 venne inaugurata la sede regionale RAI in via de Amicis. Pescara dunque tornò a vivere con slancio nonostante i problemi vecchi e quelli posti dalla guerra.

LO STADIO ADRIATICO
Nel programma democristiano delle elezioni del 1946 uno dei punti salienti era la realizzazione dello stadio, infatti nell’aprile dell’anno successivo il ministro comunista del Lavori pubblici si impegnò a farlo costruire con i fondi dello Stato. La prima pietra però fu posta solo il 30 dicembre del 1953 e inaugurato nel 1955. Il progetto era di Luigi Piccinato e la spesa di 430 milioni a spese del CONI oltre ai 70 spesi per l’acquisto dell’area. Questo stadio “prototipo” tanto significativo architettonicamente da meritare la menzione in pubblicazioni specializzate, fu poi ampliato e modificato nel suo aspetto fra il 1977 e il 1978 da Vicentino Michetti junior che ne portò la capienza a quasi 30.000 spettatori.

GLI HOTEL
Dopo la guerra vennero innalzate numerose costruzioni alberghiere accanto alle vecchie. Nel 1949 , secondo il Colapietra, ancora non vi erano a Pescara alberghi di prima categoria, i tre di seconda erano stati distrutti dalla guerra e ve ne erano cinque di terza. Fu programmato il restauro del Grand Hotel con 105 posti letto e fu acquistato un sito, per circa 180 posti, dalla impresa Marzotto che costruì quello che è oggi l’Hotel Carlton inaugurato nel 1953.

EDILIZIA PUBBLICA E RELIGIOSA
Nonostante le difficoltà dei tempi molto si operò e si costruì in ogni campo. L’industria edilizia era sicuramente la più attiva, agli inizi degli anni ’50 vennero stanziati fondi per altre importanti opere pubbliche: Tribunale, Piazza Salotto, 150 uffici giudiziari e carceri. Mentre per quanto riguarda l’edilizia religiosa, il Bollettino diocesano di aprile, come racconta il Colapietra, rese noto che le parrocchie pescaresi, in dieci anni, da tre erano salite a undici. Erano state ultimate infatti le chiese di San Pietro Martire, di San Giuseppe, del Sacro Cuore, della Stella Maris e il Convento dei Cappuccini presso la Madonna dei Sette Dolori, oltre agli orfanotrofi delle Domenicane, le case di assistenza dei Figli di San Anna, delle Suore Pie Filippine e dei Figli di Don Orione. Negli anni seguenti chiese e parrocchie crebbero fino a raggiungere il numero di 40 quando nel 1964 fu ultimata la chiesa di Sant’Andrea dalla luminosa forma ottagonale.

MERCATO ITTICO ED EX COFA
Nell’edilizia civile sempre nel 1953 furono deliberate la costruzione del Mercato Ittico alla sinistra della foce del fiume Pescara, del nuovo Stadio Adriatico e della Centrale Ortofrutticola che fu inaugurata, insieme al Tribunale e alla Borsa Merci nel 1959 dal presidente della Repubblica Gronchi.

Nello stesso anno nacquero anche a Pescara il Rotary Club e il Lions Club dalle finalità comuni. Sorsero anche la Società del Teatro e della Musica e l’Archeoclub a cui si deve la creazione del busto in onore di G. D’Annunzio.

Guido Piovene nel suo “Viaggio in Italia” nel 1957 descrive così il fermento innato della città: «Ecco invece, unica in Italia, una città ribollente, confusa, in cui uomini e gruppi affluiscono, si accavallano come onde. Per un lato Pescara si può dire la più abruzzese delle città abruzzesi, per un altro lato è l’opposto della regione di cui assorbe la linfa».


Un passo indietro, i bombardamenti in Provincia di Pescara

Il 21 settembre 1943 vennero bombardate Piano D’Orta e Torre De’ Passeri: alcuni bombardieri leggeri statunitensi distrussero l’impianto industriale della Montecatini, in cui veniva prodotta la pirite da trasformare, poi, in acido solforico. Molti operai morirono, anche perché questo fu un attacco inaspettato. Ci furono molti danni nei centri abitati.

Un altro centro della provincia, Villanova, fu attaccato il 6 ottobre 1943: la popolazione, tra cui molti sfollati di Pescara, fu sorpresa da un inaspettato ed immotivato attacco dei B-24 Liberator statunitensi. Si registrarono cinquanta morti e numerosi danni alla case.

Cinque giorni dopo, l’11 ottobre, Montesilvano subì due attacchi aerei, durante i quali furono distrutte varie tradotte tedesche ed alcuni vagoni carichi di carburante e di munizioni. Morirono alcuni soldati della Wehrmarcht e tra i civili ci furono feriti. Montesilvano tornò nel miririo alleato il 17 ottobre: fu bombardata la stazione ferroviaria e vi furono molte vittime tra i tedeschi.

Un episodio gravissimo avvenne il 7 novembre, quando quattro aerei britannici Spitfire crivellarono di colpi il trenino delle Ferrovie Elettriche Abruzzesi, utilizzato dagli sfollati per andare a rifornirsi di generi di prima necessità. Il trenino, partito da Penne, era giunto alla periferia di Loreto Aprutino quando fu attaccato una prima volta. Il macchinista cercò di riparare il mezzo portandolo sotto una galleria, ma non fece in tempo: gli aerei della RAF tornarono ad attaccare, uccidendo molte persone che cercavano di scappare. Il bilancio di questo assurdo attacco fu di 43 morti e 36 feriti. Anche il territorio di Collecorvino fu per due volte vittima di attacchi aerei alleati.

La notte tra il 26 ed il 27 novembre 1943 alcuni aerei, che erano alla ricerca di un non meglio precisato obiettivo, distrussero la cappella della Madonna dei Miracoli. Non vi fu nessun morto, ma dopo qualche mese, invece, furono quattro i civili uccisi durante un mitragliamento aereo contro una colonna tedesca.

Civitaquana, il 5 dicembre 1943 si registrò un altro di quegli attacchi inspiegabili ed immotivati: sull’abitato, in cui non erano presenti obiettivi militari, si abbatterono bombe e colpi di mitragliatrice sparati da tre caccia bombardieri. I morti furono venti e i feriti cento.

Anche Cugnoli fu colpita da un’incursione aerea, che sembra essere stato un tragico errore. Infatti un’automobile con a bordo nove sfollati alla ricerca di generi alimentari, fu scambiata per un veicolo militare e fu presa di mira da due caccia inglesi all’alba del 13 dicembre 1943. Otto persone morirono e una rimase ferita.

Il 1944 si aprì con azioni aeree su Penne e Loreto; quest’ultima fu bombardata il 13 e 14 gennaio, complessivamente da 155 caccia bombardieri che presero di mira dei mezzi corazzati dei tedeschi, che subirono 24 morti e 50 feriti. Sempre il 13 gennaio lo stesso stormo che aveva appena bombardato Loreto attaccò Penne, causando cinque morti. La cittadina subì un altro attacco ancora più grave il 24 gennaio: non fu colpito un obiettivo militare, ma furono pesantemente danneggiati il centro storico, l’ospedale ed il cimitero. Il bilancio fu di 15 morti e 40 feriti.

Il 25 ed il 30 gennaio fu nuovamente attaccata Montesilvano a causa dell’importanza che la cittadinà aveva nei traffici stradali e ferroviari. Il giorno 25 alcuni aerei, non potendo precedere verso il nord Italia a causa della nebbia, attuarono un piano di riserva che prevedeva il bombardamento di Montesilvano. Il giorno 30, invece, l’incursione fu premeditata; vennero colpiti gli impianti ferroviari e ci furono diversi morti sia tra i soldati che tra i civili.

Dopo alcuni mesi di calma, i bombardamenti tornarono ancora più cinici di prima: basti pensare che nei primi giorni di maggio fu bombardato il cimitero di Penne. Infatti, i tedeschi vi avevano depositato carburante e munizioni, credendo che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di bombardare un cimitero. Gli alleati, però, non si fecero molti scrupoli e le loro bombe devastarono le tombe dei defunti. L’ultima azione aerea sulla provincia di Pescara avenne il 22 gennaio 1944 su Città Sant’Angelo. Vi rimisero la vita diciassette uomini rastrellati dai tedeschi per svolgere dei lavori alla foce del fiume Saline. Morirono anche molti soldati della Wehrmarcht. L’attacco fu condotto dai B-24 Liberator statunitensi. Anche quest’ultima incursione fu assolutamente casuale; infatti, come per l’attacco su Montesilvano del 25 gennaio, anche in questa occasione gli aerei erano stati costretti a rinunciare ad una missione in nord Italia, a causa della nebbia.

Questi nove mesi a cavallo tra il 1943 ed il 1944, per la provincia di Pescara furono contrassegnati da azioni aeree contro obiettivi militari, ma anche e soprattutto da errori, casualità, ferocia ingiustificata, morti immotivate e crudeli prove di forza che causarono l’uccisione di moltissimi civili, forse diecimila, ed un orrore infinito.

Le foto utilizzate sono state prese da internet dal profilo di G. Marchesani

Elisabetta Mancinelli

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