"La Storia di Flora": tra memorie e Storia

Viaggio della memoria fra luci e ombre, tra Storia e storia

| di Beatrice Cerasa
| Categoria: Arte
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Si è tenuto ieri sera alle 18, nella Sala Figlia di Jorio della Provincia di Pescara, l’altro appuntamento con “Dia-loghi in biblioteca 2014”. A presentare il romanzo dell’autrice, “La storia di Flora” di Maria Carla Sanna, Enzo Firmiani, direttore della biblioteca provinciale,  Grazia Di Lisio, poetessa, ed Anna Colaiacovo consulente filosofico.

Il romanzo, come ha sottolineato Firmiani in apertura, “narra vicende che gli abruzzesi possono ben comprendere”, come testimonia il fatto che il libro è chiesto continuamente in prestito. Un libro, a mio parere, evocativo de L’isola nuda di Dunja Badnjevic.

 Il romanzo si configura come “una tavolozza, attraverso una trama identitaria”: Grazia Di Lisio sottolinea infatti come nel romanzo accada un fenomeno assai frequente nei romanzi autobiografici: il libro una volta edito mette assai frequentemente in ombra, come si insegna anche la Ginzburg, il suo autore. Ed è proprio quello che accade nel romanzo della Sanna, testo che la poetessa definisce come un’”indagine della propria identità attraverso dubbi e pensieri che risvegliano le ombre del passato”. Una storia “tenera e commovente”, con le parole di Gianni D’Alessandro, citato dalla poetessa; “storia avvincente” che trova nella Sardegna, “terra affascinante e arcaica”, uno dei suoi poli di attrazione. “Romanzo sull’enigmaticità, sull’impossibilità di afferrare quella parte di noi stessi che vorremmo recuperare e comunicare agli altri”. Il romanzo della Sanna recupera un passato nel presente, attingendo a quel lembo di preistoria sarda al tempo della Prima Guerra Mondiale.

 Il romanzo è una “storia della migrazione e della migrazione del dolore”. La protagonista, la madre dell’autrice, è una figura che nasce nel dolore ed è, come la terra sarda, migratoria. Palpabile è infatti il fermento che vi si agita. Una storia, quella narrata dalla Sanna, che, “come la biancheria nel cestello della lavatrice, fa riemergere ricordi, dubbi”. È un romanzo al femminile: lo si evince dalla protagonista, come anche da tutte le figure principali della narrazione, anch’esse figure femminili, che, “come delle troiane moderne, accomunate da un dolore ungarettiano, formano un coro, il coro muto dei civili al fronte”. La poetessa prosegue poi sottolineando come quello presentato ieri sia “un romanzo dell’identità e della perdita di sé, dello spaesamento, “un viaggio del dolore nel dolore”, attraverso la prima guerra mondiale. L’immagine che viene alla mente alla lettura delle primissime pagine, è, dice la poetessa, “una scacchiera, ma una scacchiera senza re”: è il romanzo del recupero dell’identità, della perdita e della ricerca di sé”, una sorta di dedalo identitario dunque.

Altro polo narrativo in senso spaziale è il paesino di Vrtojba, in Slovenia: è da lì che le protagoniste sono state costrette a fuggire; ma “non hanno mai perso il loro idioma , proprio come i sardi”. È il romanzo dunque dello straniamento, che descrive bene quel sentirsi persi in una città che non ci appartiene, isolati rispetto al proprio linguaggio, alla propria città, ai propri affetti. La poetessa prosegue poi leggendo il passo del romanzo nel quale si narra l’arrivo della madre di Carla  a Milano: “arrivare in una grande città, Milano”, è come sentirsi persi. La protagonista, suggerisce la poetessa, “è come Renzo: ammirata e spaesata insieme di fronte al Duomo”. La madre dell’autrice è avvolta da momenti di buio e di luce, da smarrimento e coraggio.

Prosegue l’analisi Anna Colaiacovo, che, ricordando come il romanzo sia fortemente improntato al discorso identitario, cita Bauman, il quale parla di “società liquida”, senza punti fermi, e di come i romanzi autobiografici, specie quelli contemporanei, siano spesso narcisistici. Nel romanzo della Sanna invece, “l’io è un tessuto fatto di ricordi, esperienze, nodi che si riannodano al passato e ad un tempo e uno spazio diversi”. Dall’analisi emerge dunque un romanzo privo del carattere auto celebrativo e narcisistico tipico di molti romanzi autobiografici. Molti luoghi, specie la Sardegna, la Slovenia e Milano, così diversi fra loro, sono percorsi dalla protagonista, la madre dell’autrice, in tempi diversi; eppure in questi luoghi la protagonista si dimostra sempre capace di intessere relazioni positive, che tornano nel tempo e si intrecciano: parenti, ma anche conoscenti, gente comune. Nel romanzo la Sanna ricorda e rievoca tutto, recupera appieno tutto, attraverso il rapporto con la madre, che si relaziona con tante persone e solidifica affetti. È un romanzo “corale”, prosegue la Colaiacovo, “nel quale la protagonista ha una straordinaria capacità di creare legami”. E ”l’identità della persona”- evidenzia la consulente filosofica – “ è fatta soprattutto di legami: siamo quello che riusciamo a costruire attraverso i nostri legami, il che è confermato anche dalle neuroscienze, basti pensare ai neuroni specchio”.

 Lo spaesamento che la protagonista riesce a superare non si capisce bene se sia vinto più grazie al coraggio o alla disperazione: ha 16 anni, non ha nessuno, eppure trova una casa, crea relazioni, e apprezza la generosità delle persone con le quali entra in relazione. Coraggio e disperazione insieme, confermati entrambi dall’autrice, che spiega come “Flora non si arrende. Il suo è sia coraggio che disperazione”. E come disse un poeta afro-americano citato dall’autrice, “la vita non è una scala di cristallo”. I fatti narrati nel romanzo sono tutti realmente accaduti, e solo una minima parte, dovuta all’impossibilità di conoscere i dettagli di alcune vicende, è romanzata. La madre dell’autrice morirà nel 2002.

Enzo Firmiani sottolinea come il romanzo sia “una storia che molto ci dice di come le vicende individuali attraversino i grandi eventi della storia”. Flora infatti si trova a vivere e a fare scelte cruciali “nel cuore di tenebra nel ‘900, ossia fra le due guerre”. La prima guerra mondiale, in particolare, ha rappresentato, con le parole di Firmiani, “la vera cesura nella storia del ‘900”. I luoghi del romanzo sono poi tutti romanzi simbolici ed emblematici del conflitto mondiale: Gorizia, punto di frontiera, di scontri, di intermediazioni. Il tentativo della protagonista, dopo la guerra, di tornare a Vrtojba, trovandola del tutto cambiata. Poi va in Sardegna, e anche lì trova una terra molto cambiata. Tutto questo è colto da uno sguardo femminile. Altro personaggio simbolico del romanzo è la slovena, emblema dell’attaccamento all’idioma. Altro elemento chiave del romanzo è l’imprevedibilità, la stessa imprevedibilità che farà si che la protagonista dovrà tornare in quella Sardegna ormai così diversa e profondamente mutata. La Storia come passaggio brutale, si intreccia alla storia individuale della protagonista, costretta a spaesanti peregrinazioni: “ancora una volta si ritrovava sola ad affrontare la nuova esperienza”; le altre volte però ha operato una scelta, qui sembra che il destino abbia scelto per lei.

Il romanzo è anche una sorta di “ricerca della mappa del senso”, come evidenzia la Colaiacovo. La protagonista si è sentita sballottata più volte, specie quando torna in Sardegna, nella quale è stata “pilotata” (come si evince dalla descrizione del suo arrivo in terra sarda, a bordo di un emblematico idrovolante). Presente, come spiega la consulente filosofica, è anche l’elemento cristiano, la fede, come si evince dalla speranza che non abbandonerà la protagonista neppure quando questa perderà un bambino. Il romanzo è inoltre percorso da una sorta di fatalismo, da un passaggio di dolore in dolore, da un cristianesimo velato. La grande fiducia nelle relazioni è tuttavia il collante dei momenti bui della protagonista, che nonostante tutto continuerà ad intessere e mantenere relazioni buone, positive.

Verso la conclusione, la poetessa rievoca alcuni scritti poetici aventi per tema la perdita di giovani soldati al fronte, che richiamano alla mente certi versi del poeta inglese Wilfred Owen, per la ripetitività ossessiva e il senso di fissità che rendono in chiave metaforica e quasi fisica la stupidità dei conflitti e la cruda inutilità della guerra e delle tante giovani morti.

 Pur nella  tristezza di alcuni passaggi, il romanzo non si configura come condanna della Storia – nonostante il dolore e l’inutilità della morte di così tanti soldati sia messo più volte in evidenza- ma, con estrema umiltà e dolcezza, e per ammissione dell’autrice stessa, questo intende essere piuttosto “la descrizione della sofferenza umana delle persone; non è un’analisi storica: è solo la storia di Flora”.

Beatrice Cerasa

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