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Elena ci racconta le emozioni della "sua Africa"

Studentessa di medicina a l'Aquila, a 23 anni ci racconta la sua esperienza vissuta ad Awassa

| di Francesca Di Giovanni
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Elena Teodorico, una ragazza di Penne di soli 23 anni, è appena tornata da un’esperienza di volontariato presso una clinica medica in Etiopia a oltre 8000 km da casa. Studentessa di Medicina e Chirurgia presso l’università de L’Aquila, ci racconta la sua avventura con entusiasmo e spensieratezza, tanto da farla sembrare quasi un’attività naturale del quotidiano.
In un momento delicato in cui impazza il terrore nei confronti di tutto ciò che riguarda l’Africa, una giovane abruzzese ha passato un mese intero nel continente sotto accusa, con l’unico scopo di portare il proprio aiuto e sostegno a chi ne ha più bisogno.

«Progetto Continenti è un’Organizzazione Non Governativa presente in 3 centri polifunzionali africani, in Cambogia, Guatemala ed Etiopia. La mia scelta è ricaduta sul Blein Center di Awassa, un piccolo centro con asilo, consultorio, sala parto, clinica con ambulatorio, ostetricia e laboratorio. Le giornate erano molto impegnative e le attività che svolgevo erano numerose e di diversa tipologia. La mattina ci dedicavamo all’educazione sanitaria dei pazienti: chiunque si trovava presso il centro poteva assistere a brevi lezioni di sensibilizzazione e spesso le persone di passaggio che vedevano la folla si avvicinavano incuriositi e si fermavano ad ascoltare con interesse. Nel resto della giornata mi capitava di aiutare le due maestre dell’asilo con i molti bambini da gestire, aiutare l’ostetrica e supportare il personale con le vaccinazioni presso la stessa struttura e presso le scuole. Le mie mansioni si svolgevano principalmente in clinica, prediligendo le attività inerenti il mio percorso di studi e, ovviamente, non potevo esercitare la professione.

Ciò che mi ha spinto a partire è stata principalmente la curiosità verso questo progetto offerto da un’organizzazione valida che io e la mia famiglia seguiamo da anni; in aggiunta la voglia di provare una nuova esperienza, aiutare chi ne ha più bisogno e mettermi alla prova in un contesto completamente differente dal nostro. Per quanto non potevo mettere in pratica molto di quanto appreso all’università, sono riuscita a vedere con i miei occhi come si esercita una professione difficile ed affascinante in un mondo con problemi per noi insoliti, cosa che in Italia non mi è stato possibile fare.

I problemi erano tanti, dalla mancanza dei comfort (carenza di luce, acqua, igiene…) alla povertà estrema, ma il calore e l’ospitalità sono eccezionali. Ti rendi conto di quanto è importante ogni piccola cosa che si ha, e quanto è importante condividerla con chi non ha la fortuna di averla».

Gli occhi di Elena che brillano di gioia sono molto più significativi delle parole che non riescono a descrivere appieno le grandi emozioni vissute ad Awassa. Una città di 280.000 abitanti, dove molti di loro non sono neanche registrati al catasto, ha solcato e riempito il suo cuore di meraviglie inimmaginabili in Italia. L’incanto della narrazione potrebbe distrarci dalla curiosità sulla paura più diffusa a livello mondiale, ma in conclusione ci toglierà anche questo pesante dubbio:

«Da quando sono tornata in patria mi trovo spesso davanti a battute e domande fuori luogo e ne rimango allibita, perché molti non si rendono conto di dove sono andata e cosa ho fatto. Per quanto mi sia trovata bene, non ero in vacanza e ho visto una realtà difficile, dove c’è un’elevata mortalità ed un elevato rischio di contagio di malattie infettive. Però l’area dove mi sono recata non rientra affatto tra quelle interessate dall’Ebola, ed ho potuto verificare che è molto più rischiosa l’Italia: i trasporti sono difficili e controllati, e la loro preparazione in materia è talmente elevata da sapere meglio di noi come comportarsi con un eventuale contagio. Il mio contatto con l’infettivologo era costante, e la mia preparazione specifica per affrontare la situazione a cui ero andata incontro.

Ritengo un mese sia troppo poco per rendersi conto effettivamente di tutto. Di solito le esperienze di volontariato di questo genere durano almeno 3 mesi ed io, non appena mi libero con gli esami, vorrei tornare sul posto. E’ un’esperienza che ti segna e ti fa rendere conto di quanto c’è bisogno e quanto possiamo fare con poco. Ciò che fa Progetto Continente è onorevole, ma a causa della poca informazione non tutti ne sono a conoscenza. Io ho potuto toccare con mano cosa si è fatto con il lavoro dell’organizzazione e con le donazioni che ricevono, e mi sento di consigliare a tutti di fare la propria parte con un piccolo contributo. Inoltre mi sento di consigliare ai giovani come me di provare un’avventura simile, necessaria per crescere dal punto di vista umano e professionale».

Francesca Di Giovanni

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