Odoardi: "Corsie ciclabili in seconda fila, forse a scadenza!"

L'intervento dell'esperto promotore mobilità ciclistica Epmc

Redazione
27/10/2024
Attualità
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“Le corsie ciclabili, introdotte in Italia con la L. 120/2020, di conversione del DL 16/7/2020, n. 76, recante «Misure urgenti per la semplificazione e l'innovazione digitali» (Decreto semplificazioni), rappresentano una porzione della carreggiata dedicata alla circolazione delle bici: queste corsie sono separate dal resto del traffico solo da una linea tracciata sull'asfalto e sono concepite per facilitare la convivenza tra ciclisti e automobilisti. La possibilità per altri veicoli di utilizzare queste corsie è limitata solo per usufruire di parcheggi laterali o per manovre di cambio di direzione o spostamenti momentanei”. Così Giancarlo Odoardi, esperto promotore mobilità ciclistica Epmc.

“C'è da aggiungere che le corsie ciclabili, diverse dalle piste che sono o in sede propria (con cordolo) o in sede riservata (con linea gialla), sono nate anche come misura di contrasto alla pandemia potendo agevolare la mobilità singola a discapito di quella collettiva, a rischio contagio. Poi erano economiche e realizzabili in brevissimo tempo. E così è accaduto. All'epoca Milano divenne famosa per quella di Corso Buenos Aires, che suscitò un grade e acceso dibattito sulla sua opportunità, soprattutto per il fatto che portasse via lo spazio del parcheggio in doppia fila”, dice Odoardi.

E nella nostra città, invece, com'è la situazione? "A Pescara, mi pare nel giro di poco più di un anno, sono state realizzati poco meno di 15 km di corsie ciclabili, che sono solo monodirezionali, in particolare sulla Via Tiburtina per 4,6 km, lungo Corso Vittorio Emanuele e Via Marconi per 4,6 km, in Via Benedetto Croce per 1,6 km, lungo Via di Sotto (solo salita) per 2,3 km, in Via Monte Faito per 0,600 km, e altre arriveranno. Nel frattempo sono stati realizzati elementi ciclabili di raccordo in sede propria o riservata (ad esempio lungo via Rio Sparto, o lungo Strada Vecchia della Madonna, in costruzione, e altro). A quattro anni dalla pubblicazione del DL 76, potrebbe essere utile fare una loro valutazione, soprattutto in termini di incremento della mobilità ciclistica, oltre che di presunta pericolosità e inopportunità funzionale in quanto promiscua, seppur solo apparentemente, ma non so se esistano rilievi dedicati".

Di certo, per Odoardi, “sta per accadere che, in occasione del prossimo aggiornamento del Codice della Strada (Cds), le corsie ciclabili rischiano di essere messe al bando dal Ministero in quanto ritenute pericolose, almeno le future, valutando evidentemente più sicura la convivenza tra i diversi mezzi sulla corsia veicolare generale senza alcuna separazione di sorta, soprattutto se solo visiva e sormontabile. A mio avviso le corsie hanno un loro senso già per il solo fatto di essere visibili, ovvero di indicare che quello spazio è riservato esclusivamente alle due ruote, per cui gli altri mezzi non possono occuparlo, neanche temporaneamente. È questo vale sia per coloro che si spostano con la propria auto o con un mezzo commerciale, che devono assumere come divieto transitare o sostare in quello spazio, ma anche per chi va in bici che può rivendicare quell'ambito come suo, e cioè riservato”.

Purtroppo, però, “in parecchie zone della città questo non accade, né che l'utenza vulnerabile sia in grado di affermare il proprio diritto di transito, esclusivo, né che quella più forte, delle 4 ruote a motore, prenda consapevolezza del divieto (nelle foto solo alcune situazioni in via Benedetto Croce, Via del Circuito, Via di Sotto, Corso Vittorio Emanuele). Tradotto: evidentemente una norma, che tra l'altro forse ha i minuti contati, non basta a cambiare certe abitudini, soprattutto se non viene fatta rispettare, a partire dalla mancata e ferma rivendicazione di chi ha il diritto di usufruirne (che alla fine passa di lato all'auto in sosta in seconda fila sulla corsia ciclabile, fresca di una vernice che poi sbiadirà), per finire con chi ritiene che muoversi in macchina significhi poterla lasciare ovunque. Per stare alla storia, almeno quella delle nostre parti, fatta la corsia, ma anche la pista ciclabile, ora bisogna fare coloro che ne usufruiscono, ma, e forse soprattutto di più, chi non ci può andare, neanche per la sosta di un minuto”.

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