Dalla vicenda della nuova sede del Conservatorio “Luisa D’Annunzio” (ex Scuola Muzii), con lavori stimati in decine di milioni e un iter che, negli anni, ha visto passaggi progettuali, “supporti”, verifiche e revisioni continue, emerge un tema che in Abruzzo conosciamo bene: convenzioni/università che, in teoria, dovrebbero stare sul versante ricerca e cooperazione istituzionale, ma che nella pratica sconfinano in prestazioni tecniche sul mercato.
E qui arriva il punto che considero gravissimo, perché è scritto nero su bianco in un documento ufficiale dell’Università “G. d’Annunzio” – Dipartimento di Architettura: “Riesame della Ricerca Dipartimentale 2015–2017”, paragrafo 1.3.4 Criticità (in allegato)
In quel passaggio si dice, in sostanza, che:
gli Ordini avrebbero contrastato l’assunzione di commesse pubbliche da parte delle Università nei campi riservati al mercato professionale; il Dipartimento avrebbe adottato una “politica di contrazione di tutte le commesse sotto soglia ad affidamento diretto”; che oggi, un “rinnovato clima di fiducia e collaborazione con gli Ordini” e un diverso approccio della governance favorirebbero "nuove prospettive" per le attività conto terzi, dichiarando comunque una prevalenza della componente innovativa e di ricerca.
Ora, mettiamola in modo chiaro e non ipocrita: la legalità non dipende dal “clima” con gli Ordini.
Gli Ordini non “autorizzano” nulla. Il loro atteggiamento non rende lecito ciò che non lo è. La legittimità di un rapporto dipende dagli atti e dalla sostanza: ricerca vera o prestazione di servizio? cooperazione tra PA o appalto mascherato?
E soprattutto: parlare di “commesse sotto soglia” come politica è inquietante. Le soglie sono strumenti procedurali, non un confine etico e nemmeno una scappatoia. Nel 2018, per capirci, la soglia dell’affidamento diretto era 40.000 euro: se in documenti ufficiali compaiono importi tipo 39.900 per “consulenze” conto terzi a favore di enti pubblici, è legittimo chiedersi perché sempre sotto soglia, con quale oggetto, con quali elaborati concreti e verificabili, con quale utilizzo finale di quegli elaborati.
Se un Dipartimento universitario fa ricerca, bene. Ma se produce contenuti che diventano materiale progettuale utilizzabile per opere pubbliche (linee guida metaprogettuali, impostazioni, elaborati, contributi determinanti per PFTE/finanziamenti/gare), come accaduto nella vicenda del Conservatorio, allora non si può pretendere che basti chiamarla “ricerca” per uscire dal mercato e dalle regole.
Basta formula “fiducia e collaborazione”. Qui servono documenti.
Per ogni rapporto “conto terzi” o convenzione che impatti su opere pubbliche, devono essere pubblicati e verificabili: il contratto/convenzione integrale e preventivo (con firma e importi); l'oggetto dettagliato e l'output (cosa viene consegnato, in che formato, con quali responsabilità tecniche); gli atti di affidamento/impegno di spesa, eventuale CIG/CUP ed eventuali pagamenti; Perché una cosa deve essere chiara: la cortesia istituzionale non è una deroga alle regole e nessun “clima” può trasformare una prestazione tecnica sul mercato in qualcosa che sul mercato non è.