Poiché al peggio di quanto sportivamente prodotto da questa società non ci sarà mai fine, giunge tanto attesa quanto triste, la notizia che fino al 1° febbraio del prossimo anno il Delfino non potrà contare sui suoi tifosi al seguito, nelle trasferte della serie C, ormai la casa deputata per il Pescara. Qualche ingenuo, sprovveduto o, peggio, sebastianizzato, potrebbe farci notare che la società subisce queste potenziali penalizzazioni, che colpa ne ha se qualche ultras non riesce a protestare civilmente? Sarebbe riduttivo anche doverlo spiegare, ma per i pochissimi non addetti ai lavori vale senz’altro la pena ricordare che per molto meno, tantissimi presidenti e non certo solo a Pescara, hanno subito contestazioni anche più violente di quelle intraviste all’Adriatico, dove una minima frangia di tifosi organizzati ha inteso, a modo suo, deprecabilmente, ci mancherebbe, dissentire da altri, a loro dire, sarà vero? … al soldo del presidente, con i quali fraternizza, misteriosamente, da tanti anni.
Tutto l’ambiente che circonda il povero Delfino è da parecchio tempo l’equivalente di un ben misero teatrino, un circolo chiuso dove gli stessi personaggi, a partire dal gestore unico della società, proseguendo con parecchi giornalisti e, per finire, come sopra accennato, di alcuni capi ultrà e tifosi vari, che da troppi anni ripetono, come un disco rotto, le stesse identiche cose, narcotizzandolo e facendolo giungere all’ormai definitivo tracollo: o si cambia tutto o la fine del calcio a Pescara sarà definitiva, senza bisogno di giungere al fallimento economico.
L’agonico pallone a tinte biancazzurre, in fin di vita da tanti anni, ha forse esalato il suo ultimo respiro al minuto ’79 della gara persa a Padova lo scorso 1° maggio, per quello che resterà negli annali come il momento più triste, vergognoso e infame, per i protagonisti a referto, dell’intera storia del calcio pescarese. Chi ha provato e ancora proverà a dimostrare il contrario, delle due l’una, o è in totale malafede o è colluso.
Daniele Sebastiani divenne presidente durante la trionfale cavalcata targata Zeman, di una squadra non costruita da lui e che non fece in tempo a svendere nel mercato di gennaio al miglior offerente, come ha invece sempre fatto dall’anno seguente. Da allora il Pescara ha conosciuto tante amarezze, molti record negativi e retrocessioni varie, inframezzate da un paio di promozioni frutto soprattutto del fattore C, importantissimo in questo sport, per ammissione dello stesso presidente, perdendo quel prestigio sportivo che a livello nazionale, nel suo piccolo, aveva faticosamente conquistato. Di contro lui, da semplice contabile, ha costruito un piccolo impero personale, anche mediatico, giacché per il resto del mondo, cui non frega praticamente nulla delle innumerevoli sconfitte biancazzurre, è un ottimo amministratore, capace di iscrivere sempre la squadra ai vari campionati, senza punti di penalità e pagando regolarmente gli stipendi, benché di poca entità, visto che in genere qui militano giocatori in prestito e rotti. Orbene, secondo voi a chi conviene tenere in vita il Delfino in coma? A lui o ai tifosi?
L’unica magra consolazione è pensare che, tutto sommato, il calcio in Italia ormai non conta quasi più nulla, non solo a Pescara, ma anche nelle serie maggiori, quindi continui pure a tenersi il suo giocattolo, leggasi gallina dalle uova d’oro. Peccato che oltre ai sogni, adesso si distruggono pure i ricordi biancazzurri: Insigne, Verratti, Immobile, Lapadula e altri, un tempo unica medicina per lenire le ferite del presente, sono stati richiamati, dal vivo o in maniera presunta, per massacrarne la memoria positiva che avevano lasciato. Il prossimo dovrebbe essere Fiorillo, poi, forse, chissà, dopo aver gettato tonnellate di sale, affinché nulla potrà più crescere all’Adriatico, magari se ne andrà davvero, lasciando macerie e, a oggi, una ventina di milioni di debito a bilancio, oltre a, scusate stavamo quasi per dimenticarlo, qualche braccialetto elettronico per monitorare qualcosa …