Dal Tempio alla Mensa: il cibo racconta Dio

Delegazioni Abruzzesi, dell’Accademia Italiana della Cucina, insieme per trascorrere una giornata in famiglia

Maria Luisa Abate
07/09/2026
Associazioni
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La Delegazione Pescara Aternum dell’AIC  guidata dal delegato dott. Giuseppe Di Giovacchino, ha partecipato alla tradizionale giornata da vivere insieme con le Delegazioni del Coordinamento Territoriale dell’Abruzzo. La giornata molto partecipata con la presenza di 190 ospiti è stata chiamata Accademia in Famiglia proprio perché vuole essere un momento d’incontro di tutte le delegazioni del territorio per condividere un’importante esperienza che quest’anno ha avuto come residenza la Basilica Minore della Madonna dei Miracoli di Casalbordino e il monastero benedettino annesso.

Come ogni appuntamento che gli accademici vivono insieme come tema si sceglie sempre un argomento importante che parla di cibo ma parla soprattutto di cultura e tradizioni del territorio.

Il coordinatore dell’evento Nicola D’Auria ha ricordato che la scelta del luogo è molto significativo in quanto ricorda i 450 anni del rinvenimento dell’immagine della Madonna dei Miracoli.

L’incontro accademico è stato condotto da Maurizio Adezio coordinatore del Centro Studio AIC Abruzzo 

I relatori sono stati:

Giampaolo Di Marco Professore invitato di Etica e Intelligenza Artificiale per le professioni presso la Pontificia università Antonianum con: Il Pane della Vita da Sirio a Francesco il valore della condivisione 

Dom Denis Costanzo Moaco Benedettino: La vita monasteriale e le regole di San Benedetto

Eide Spedicato Sociologa: La bisaccia del pellegrino: collante sociale

Il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, ha detto il prof. Giampaolo Di Marco nella sua relazione, rappresenta un vero esempio di condivisione. La parabola narra di un ragazzo che dona cinque pani d’orzo e due pesci ad una folla di 5000 persone, ma non per essere moltiplicato ma, come fece Gesù, per essere spezzato e quindi condiviso. Spezzare il pane con altre persone è simbolico perché rappresenta un gesto di cura dell’altro e, anche, san Francesco offre simbolicamente il pane ai confratelli affamati. Il pane è dunque dignità e condivisione come il sacramento della comunione che nasce dal simbolico spezzare del pane.

Dom Denis Costanzo ha parlato del contesto storico della fine dell’Impero Romano d’Occidente (476 d.C.). Per San Benedetto il cibo è un luogo teologico e ne dialoga con Gregorio Magno. Anche qui il simbolismo del vino e del pane sono importanti e se anche avvelenati sono resi innocui dalla croce. San Benedetto scrive le regole dei i pasti che si svolgono per scandire l’alimentazione secondo il calendario liturgico.

San Benedetto metteva in guardia contro gli eccessi del cibo che doveva rimanere puro alimento per la vita senza eccessi e senza ubriachezza. 

Nel suo intervento la sociologa Eide Spedicato ha parlato del pellegrino che viaggiava con una bisaccia che conteneva solo l’indispensabile. La povertà è un vero strumento di dialogo personale che fa riscoprire il valore della semplicità e dell’essenzialità e il modo di affrontare la vita, la capacità di apprezzare la lentezza come denominatore dell’amore, del ragionamento e della comprensione verso l’altro.

Nella società di oggi la memoria viene tralasciata ed è solo il presente che interessa, ma è necessario pensare a ciò che si lascerà vivendo una vita qualificata tale da essere ricordata.

Anche vivere il noi comprendendo e dialogando con gli altri per il raggiungimento del bene comune senza essere un semplice spettatore, ma agendo ed interagendo.

La bisaccia del pellegrino rappresenta l’essenzialità dell’azione individuale e collettiva contro ogni eccesso e spersonalizzazione della vita contemporanea.

Ha anche il ruolo di compagna di viaggi segnati dalla lentezza che consente di sperimentare espressioni e ritmi diversi da quelli consueti e abitudinari contrari all’attuale accelerazione sociale grave patologia quotidiana che ha prodotto danni irreparabili ai ritmi quotidiani della vita che invece educano al no mero raggiungimento dello scopo ma al sentimento e non vedere solo concorrenti, ma amici e legami preziosi.

E ancora la bisaccia del pellegrino. “…può indurre a riflettere su tre grandi domande di senso (chi sono, da dove vengo, dove vado) e su tre grandi inquietudini etiche (perché vivere, per chi vivere, come vivere) che, sebbene siano chiuse in soffitta e a doppia mandata dall’oggi, sono ineludibili e accompagnano da sempre la vita di ciascuno, quantunque ci si impegni a tacitarle”

“Questo umile contenitore di oggetti suggerisce di riflettere sulla qualità e sul timbro della “nostra presenza nel mondo” che, almeno a quanto è dato rilevare, non sembra godere di particolare introspezione da parte dell’umano del XXI secolo. Basterebbe riflettere sugli esiti della compagine generale in cui ci muoviamo che -offrendo ospitalità all’immaturità psichica, all’avvizzimento interiore, all’evasione dalla storia (solo per citare alcune delle sue numerose aree problematiche) – mette il bavaglio alla ricerca del significato, del valore, dei fondamenti del proprio esistere, pensare, operare”. 

La bisaccia del pellegrino, inoltre, promuove il noi e non il solo me, azione  indispensabile a creare una cultura del dialogo in un mondo che non riesce più ad ascoltare l’altro.

Nessuno può essere solo spettatore e ognuno dovrebbe impegnarsi alla costruzione della cultura del bene comune.

“Sapremo tenere conto di ciò che ci suggerisce? Dice Eide Spedicato - “E, in particolare, saremo in grado di fornire risposte congrue a quanto ci viene domandato? Al momento la situazione appare fitta d’ombre. L’unico dato certo è, che in caso di sconfitta, non ci sarà appello: mai come ora, l’umanità versa in una situazione di aut aut, ossia abita contesti critici, rischiosi e inappellabili in cui si può scegliere di prendersi per mano oppure di scivolare in una fossa comune”

A conclusione delle interessanti relazioni il vicepresidente vicario dell'Accademia, Mimmo D'Alessio ha ricordato come nell’antichità il cibo, come per la bisaccia del pellegrino, veniva portato non solo per sé stessi, ma per condividerlo con gli altri per una vera comunione 

I temi affrontati nelle comunicazioni, rafforzano i principi e gli obiettivi dell’Accademia Italiana della Cucina che nasce e si sviluppa in Italia e in tutto il mondo per parlare di cibo, non solo come solo elemento gastronomico, ma soprattutto come cultura e come modo di vita che si consolida nella capacità di dare all’altro raggiungendo l’obiettivo prefissato del bene comune.

A conclusione un pranzo, organizzato con semplicità, nel chiostro del monastero che ha visto portate cucinate da mani volenterose di donne locali che hanno saputo offrire pietanze gustose cucinate con prodotti locali. 

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