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Intervista a Dino Viani

Il regista abruzzese ospite dell'evento "Dal Tramonto all'Aurum"

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Nel corso dell’evento denominato “Dal Tramonto all’Aurum”, una notte bianca organizzata dall’amministrazione comunale di Pescara e dedicata alla Cultura, abbiamo incontrato il regista Dino Viani, originario di Ari (CH), qui presente con uno dei suoi lavori: La città ci guarda.

Successivamente alla proiezione del film avrebbe dovuto esserci un breve incontro presentato da Licio Di Biase, una riflessione sulla città, programma che però non è stato rispettato, senza che ne sia stato spiegato il motivo. Ne abbiamo quindi approfittato per intervistare l’ospite.

 

Di Lei si sa che è un appassionato della poetica leopardiana, ma al contempo professa ottimismo nei confronti del genere umano: sembrerebbe una contraddizione in termini, come ce la spiega?

Innanzi tutto voglio sgombrare qualche dubbio di carattere culturale che ci portiamo dietro da secoli grazie ad una scuola inadeguata che ci ha fatto percepire Leopardi come pessimista, assimilando probabilmente il grande poeta all'amore non corrisposto di Silvia. Dandoci così l'immagine stereotipata del poeta depresso e sfigato. Non è così. Il pessimismo Leopardiano è più complesso, non è altro che la presa di coscienza dell'uomo di fronte alla storia che dovrebbe portare ogni individuo a realizzarsi prima di tutto dentro di sé. In questo senso Leopardi è più ottimista di quanto si vuole far credere perché crede nell'utopia, nel sogno, come possibilità di redenzione di ognuno. Quindi di un popolo. Temi che ritroviamo poi in maniera più devastante nella poetica pasoliniana. Il mio ottimismo, quindi, nasce dall'esigenza di voler credere in un’umanità nuova che non rinnega il passato, la memoria e guarda verso il futuro con fiducia. Senza sogno, utopia, consapevolezza di sé e della propria storia non si va molto lontano.

Nel 2009 ha girato il celebrato film “Canto 6409”, sul terremoto che ha colpito il nostro capoluogo regionale; a distanza di oltre cinque anni da quel tragico avvenimento, poco o nulla è cambiato o è stato fatto, obiettivamente pensa che ci sia un futuro per L’Aquila?

Sono stato sere fa, dopo molto tempo, a L'Aquila, a girare un video per un gruppo musicale. E' stato come girare in un cimitero di notte, spettrale. Quello che più mi ha angosciato sono stati i suoni, una sorta di lamento che la città dolente emette la notte: i tiranti di acciaio che urlano per la dilatazione termica, le finestre che sbattono, e poi quei cani e quei gatti soli, che sembrano le anime dei morti. Di contrappunto a questo senso di morte c'è una città che cerca di essere con i suoi locali pieni di giovani che provano a "normalizzare" quello che non può essere normalizzato. L'Aquila sarà "ricostruita", ne sono certo, non potrà essere diversamente. Ma nel bene e nel male sarà un’altra città. Sarebbe sciocco e ingenuo pensare di ritrovarla così com'era. D'altra parte la città già non era più quella che era per via dei precedenti terremoti che nel corso dei secoli hanno cambiato i suoi connotati.

“La città ci guarda”, il corto da Lei presentato con successo alla Biennale di Venezia del 2007 e oggi qui riproposto, ci descrive Pescara e le sue brutture; sebbene il finale ci lasci sperare in una rivincita del “bello”, la realtà è purtroppo quella che conosciamo. Se potesse dare dei consigli a chi oggi la amministra, cosa chiederebbe?

Per me parlare "male" di Pescara equivarrebbe a parlare male della mamma. Ho abitato in via Mazzini, a un metro da piazza Salotto, alla fine degli anni settanta quando frequentavo le superiori in città. In quella piazza ci sono le infinite partite di pallone e i vigili che facevano a gara per sequestrarci il pallone. Il parco Florida. Pescara ha le sue brutture, è vero, come tutte le città italiane. Colpa delle classi politiche che non hanno amato questi luoghi svendendoli al pubblico ludibrio ai primi offerenti. Ma è anche colpa di noi cittadini che evidentemente abbiamo lasciato che questo scempio si compisse. Ormai quello che è andato è andato, inutile strapparsi le vesti o piangersi addosso. Pensiamo al futuro che lasceremo ai nostri figli. Ora c'è un assessore, Giovanni Di Iacovo, un uomo di cultura in un posto di cultura. Speriamo che operi per il bene di tutti. Sono fiducioso in questo.

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