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Le notti bianche e il nervo scoperto della mobilità

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Come già accaduto altre domeniche, anche il 15 luglio scorso ho preso il treno regionale per Termoli delle 9,05, per andare verso sud a fare un giro in bici.
Ma appena salito a bordo mi sono accorto che qualcosa non andava. La postazione per la mia due ruote, che inizialmente addirittura non trovavo, era nascosta da ragazze e ragazzi che con la loro mercanzia si apprestavano alla ennesima giornata di lavoro lungo le spiagge del chietino.

Per sistemare il mio mezzo, e con mio grande imbarazzo, il controllore li ha fatti spostare, comprese le loro cose. Tutto comunque si è svolto con grande tranquillità e reciproca comprensione.

Alla partenza eravamo già in tanti, ma alla stazione successiva, di Pescara Porta Nuova, si sono aggiunte altre persone, qualcuno anche in bicicletta. E così anche alla stazione di Pescara San Marco. Qualche momento di tensione al rifiuto del controllore di far salire altri passeggeri perché il treno era veramente pieno.

Superate le difficoltà iniziali, il convoglio si è quindi decisamente avviato. Ma all'interno la discussione come anche il disagio sono rimasti vivi per un bel po' di tempo, mentre si faceva forte una considerazione ricorrente, riportata dai commenti di più di uno: "È la coda della notte bianca". E della cosa ho avuto conferma dal controllore che mi raccontava dell'anomalia dell'affollamento, come anche dalle telefonate che ascoltavo, e alla fine dalle decine di automobili di genitori che, soprattutto alla stazione di Fossacesia, erano venuti a riprendere i figli che avevano appena trascorso a Pescara "la notte bianca dell'Adriatico". Appunto.

Ho fatto al volo una prima considerazione: "Tutta gente che a Pescara non è andata in auto, tutta gente che non ha affollato le vie e i parcheggi della città. Meno CO2, meno NOx, meno spazio pubblico occupato, ecc. ecc.". E poi mi sono anche chiesto come mai non fosse stato previsto un treno aggiuntivo al mio, o magari un altro ad un'ora diversa.

In effetti avevo letto e sentito di grandi manovre per trasportare gente con navette da un posto all'altro del lungomare, soprattutto dai parcheggi della strada parco e area di risulta. Luoghi che poi si sono riempiti di auto come, anche i bus di persone. Ma l'opzione treno deve essere saltata, e chissà se la stessa cosa è accaduta per la tratta a nord.

Chi, invece, sarà arrivato in auto? E da dove? Quali altri mezzi pubblici potevano essere messi in campo per intercettare il popolo delle quattro ruote che poi, al calar del sole, a piedi o in bici, ha festosamente invaso la città e il lungomare?

Se per questi, alcuni capolinea del trasporto pubblico dedicato hanno costituito il principale hub di riferimento per raggiungere l'area dell'evento, si può dire che, seppur nel loro piccolo ma per un territorio più vasto, anche la stazione di Fossacesia, e forse anche quella di Ortona, e chissà se anche altre ancora, hanno funzionato allo stesso modo, cioè come hubs periferici di scambio (auto + treno, ad esempio).

Diverse centinaia di migliaia di persone, quindi, hanno affollato il lungomare e dintorni, e grande è stato il lavoro svolto dai mezzi pubblici per il loro trasporto, andata e ritorno. E, a giudicare dalla soddisfazione degli organizzatori, tutto è andato per il verso giusto: parcheggi dedicati stracolmi, mezzi pubblici di trasporto pieni (le navette).

Ma, allora, se la prova per un evento festivo, togliendo la sbavatura del treno a cui si può rimediare, è andata bene (fino troppo, dicono gli organizzatori), perché non riproporla per le situazioni ordinarie? Perché non organizzare, con la stessa formula degli "hubs di scambio", un identico servizio per tutti gli altri giorni della settimana, quando centinaia di migliaia di cittadini si ritrovano, come per l'evento festivo, ad invadere la città? Tra l'altro queste invasioni avvengono con regolarità, con sistematicità, e gli studiosi, e non solo, sanno bene dove gli utenti si recano, in che numero e per quanto tempo. Ma soprattutto avvengono con le auto!

Perché allora non intercettare questo flusso, fatto soprattutto con queste auto con una persona a bordo che si spostano per lavoro ad orari ben precisi, come d'altra parte si fa già in qualche modo per la popolazione studentesca, quando si reca a scuola e quando ne esce?

Cosa impedisce di adottare la stessa formula degli eventi straordinari, che accadono solo alcune volte nell'arco dell'anno, per quelli ordinari, quindi di tutti i giorni?

Questa cosa si può fare, e si chiama "Mobility Management". È in carico, almeno dovrebbe esserlo, agli attuatori della politica di gestione della mobilità di massa, ovvero ai Mobility Managers, sia di area, comunali, che aziendali che, da poco, anche scolastici.

Ma allora, chi frena questa opportunità, chi la trascura? Ovvero chi non la sprona, non la sostiene, non la attiva, non la ... libera?

Sono venti anni, dal 1998, che esiste il decreto ministeriale di nomina dei Mobility Manager. E i provvedimenti successivi dicono chiaramente, già da quell'epoca, di cosa queste figure debbano occuparsi: di realizzare i piani di spostamento casa lavoro/casa scuola (PSCL/PSCS). Ad oggi si fa fatica a vedere detti piano concretamente attuati, anche per colpa di una politica nazionale su questo fronte abbastanza distratta: cosa accade ad un soggetto che, obbligato a farlo, non nomina il proprio mobility manager? Nulla!

Si tratta di un nervo scoperto della politica della mobilità urbana, a tutti i livelli. E allora forse è necessario, in attesa di normative più stringenti, che maturi una consapevolezza dal basso, come comunque già accaduto in diverse situazioni: i buoni esempi non mancano e a volte basta solo copiare. Ma bene, perché copiare bene è una virtù, e le virtù spesso sono merce rara.

E la bicicletta? Che ne è stata della bicicletta? La bicicletta mi ha accompagnato, come altre volte, su quella che diventerà la via verde ciclabile della costa dei trabocchi, Bike to coast, ovvero un tratto della ciclovia Bicitalia. Sono arrivato fino alla spiaggia di Mottagrossa, a due passi, per chi conosce il posto, dal promontorio di Punta Aderci.

E in bici ti ritrovi a vedere quello che non ti aspetti, ma che, in una assolta domenica di luglio, temi che ti appaia dopo l'ultima curva, prima di arrivare sulla spiaggia: una lunga fila di automobili affiancate alla battigia ciottolosa.

Qui ci si arriva, senza che venga vietato, percorrendo un tratto di circa un km di strada bianca, tra siepi e fossi che un SUV consente agevolmente di superare​. Siamo dentro la Riserva naturale regionale di Punta Aderci: eppure l'auto può ancora profanare questo territorio, ancorché protetto, fin dove la terra ferma le consente di procedere.

Non credete che anche qui c'entri il tema della mobilità e tutto quanto detto in precedenza? Io credo assolutamente di si: ma credo anche che, al di là delle norme e dei regolamenti, centri anche briciolo di buon senso. Ormai merce rara anche questa, tanto quanto le virtù.

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