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La corsa al linguaggio

Rispettiamo i tempi dei bambini o partecipiamo alla maratona per farli diventare presto adulti?

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Il tempo che i nostri figli trascorrono a scuola dovrebbe essere significativo, poiché la scuola è un luogo che offre l’opportunità di esprimersi e stabilire relazioni importanti, purché si caratterizzi come “luogo di vita” e non come un non-luogo dove ci si sente estranei gli uni agli altri, marginali, non compresi.

“Bambino” significa etimologicamente “colui che balbetta, che parla inarticolatamente”. Con i bambini non bisogna adoperare né un linguaggio difficile e distaccato né edulcorato, ma bisogna fornire loro ogni linguaggio e dare di ogni parola il significato appropriato, per consentire loro di partecipare liberamente e pienamente alla vita culturale ed artistica “in condizioni di uguaglianza” (di cui al par. 2 art. 31 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).

Ci sono bambini che a cinque-sei anni sono ancora molto timidi e fanno fatica ad abituarsi al gruppo. Altri che invece non hanno già alcun problema e si fanno nuovi amichetti ovunque. Ogni bambino ha i suoi tempi e bisogni e non è bene forzarli lo dicono pediatri e psicoterapeuti.

La crescita, infatti, non è un insieme di tappe identiche per ogni bambino: questo è un punto fondamentale su cui tutti gli esperti sono concordi.

Non lo dice la scuola che oggi è il riflesso del ritmo frenetico della società in cui viviamo.

Il problema è che viviamo in una società che esalta valori che spesso valori non sono e che si basa molto sull’apparenza ed è per questo che chi è più riflessivo, sensibile, riservato, rispettoso e tranquillo viene talvolta considerato in modo negativo, trovandosi ad essere penalizzato a causa del proprio modo di essere.

D’altro canto è importante per la famiglia rimboccarsi le maniche e lavorare laddove ci sono “carenze”: facendo fare attività artistiche, sport di gruppo, laboratori che oltre ad incentivare l’interazione con altri bambini incentivano l’espressione di sé.

L’obiettivo principale della scuola dell’infanzia dovrebbe essere custodire e coltivare i sogni dei bambini e educare questi ultimi a sognare ancora di più.

I genitori e gli adulti in generale non devono dimenticare l’arte dell’infanzia. “Perché possa svolgere le sue attività di gioco e di lavoro, il fanciullo ha bisogno di convenienti rapporti umani; nonché di spazi, di tempi, di mezzi, di materiali e strumenti idonei alla sua età ed adatti alle sue condizioni fisiche e psichiche” (art. 2 Carta dei diritti del fanciullo al gioco e al lavoro, Roma 1967).

La scuola dell’infanzia deve promuovere il processo di socializzazione.

L’insegnamento non è una semplice professione: è passione, è relazione. La scuola sta diventando (o è diventata?) progettificio, carrierificio e altro, ma chi ci crede deve continuare a farlo, pur lavorando nel silenzio e talvolta nella solitudine.

Si tenga sempre a mente che “cultura” significa etimologicamente “coltivare”, e “scuola”, “avere tempo di occuparsi di una cosa per divertimento”: ai bambini sia garantito questo per il loro presente, alla base del loro futuro, e nella scuola dell’infanzia si lavori per garantire questo.

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