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Il Generale Angiolo Pellegrini parla di Mafia e Legalità

Incontro con gli studenti dell’Istituto Alberghiero di Pescara

| di Maria Luisa Abate
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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 ottobre 2020, l’Istituto Alberghiero De Cecco di Pescara ospita il Generale Angiolo Pellegrini che dal 1981 al 1985 ha lavorato a Palermo con Giovanni Falcone.

Il Generale Pellegrini ha ricordato quel periodo e narrato di fatti e persone della mafia siciliana nel libro Noi, gli uomini di Falcone.

La Dirigente Alessandra Di Pietro aprendo i lavori ha detto:

“Ho la grande gioia di poter presentare all’istituto nell’ambito del Premio Borsellino il Generale dei carabinieri Angiolo Pellegrini. Qui 8 studenti della scuola per parlare con il Generale. Tante le voci di tutte le scuole che hanno una grande capacità di coinvolgimento dei giovani. I MIUR ha definito il premio un percorso formativo di grande valore. Solo una rappresentanza di studenti è presente causa Covid, ma tutto è registrato per farlo diventare patrimonio di tutta la scuola”.

 

Daniela Puglisi, in rappresentanza dell’ufficio scolastico provinciale, ha salutato i presenti dicendo di essere sempre emozionata di partecipare a giornate della legalità che il Premio Borsellino consente nei momenti di incontro.

“L’alberghiero -ha detto Daniela Puglisi- è una scuola che potrebbe fregiarsi di un marchio di qualità per il lavoro che fa per la legalità.

“Emozione -ha detto Alessandra Di Pietro- è un sentimento che si suscita nel ricordo di persone che partecipano agli incontri con persone particolari e straordinarie. La presenza del Generale Pellegrini è importante sia per i formatori sai per gli studenti e il suo libro è il racconto del clima particolare degli anni passati a combattere insieme a Giovanni Falcone”.

“I giovani -ha detto il Generale Pellegrini- devono comprendere che solo loro possono sconfiggere un’organizzazione criminale. Per sconfiggere la mafia bisogna essere persone libere e voi giovani dovete essere liberi. La mafia aveva conquistato la Sicilia che era cosa loro e dopo le dichiarazioni di Tommaso Buscetta l’organizzazione mafia si chiamava Cosa Nostra perché la Sicilia era Cosa Loro, una regione dove comandava la mafia. Per molti anni si era trascurato l’importanza di combattere la mafia. Per tanti anni si era pensato a stringere rapporti con i mafiosi per i voti elettorali. I mafiosi erano convinti di essere padroni della Sicilia. I cittadini italiani facevano giuramento per entrare nella mafia. La mafia era diventata molto forte perché era diventata ricchissima. A Palermo c’erano 5 raffinerie di droga che poi veniva mandata in America. Quando si è ricchissimi si possono fare tante cose. Riciclare i soldi attraverso una componente della corruzione politica. Salvo Lima, aveva fatto un patto con Spatola, un grosso costruttore edile che aveva chiesto la concessione di licenze edilizie Ben 4000 licenze edilizie furono concesse in solo 24 ore. La costruzione di questi palazzi fu la distruzione di tutte le ville liberty che caratterizzavano la città.

I processi intentati dai magistrati finivano tutti con l’assoluzione per insufficienza di prove. Alla fine degli anni 70 la mafia sfidò lo Stato uccidendo tante persone come Piersante Mattarella, il procuratore Costa che aveva osato il monumento rappresenta bene i due giudici che si parlavano con il sorriso e mettere ordine di cattura contro Spatola. Uccisi Terranova, Boris Giuliano capo della squadra mobile, il capitano Basile che aveva fatto indagini e venne assassinato con in braccio la figlia di tre anni mentre osservava i fuochi d’artificio. I mafiosi sono dei vigliacchi, i tre esecutori arrestati dai carabinieri vennero assolti poco dopo. Quando arrivai a Palermo la mafia era pericolosissima”.

Il prof. Oliva ha letto delle pagine del libro “23 maggio 1992” in cui Pellegrini racconta della sua giornata di ritorno a Palermo nelle stesse ore in cui il giudice Falcone, la moglie e la sua scorta furono uccisi a Capaci.

Pellegrini sollecitato dalla Dirigente Di Pietro ed ammirando la scultura “Il Sorriso” che in questi giorni è posta nel cortile della scuola ha continuato:

"Un monumento bellissimo ed il sorriso è proprio quello che si scambiava con Borsellino. Si passava sopra gli attacchi risolvevamo tutto con il sorriso. In dieci anni si passò alla negazione dell’esistenza della mafia ad una dichiarazione della cassazione in cui si dichiarò che la mafia esiste. Dieci anni prima quando parlavamo di mafia a Palermo si diceva che sbagliavamo. Al massimo c’era il pizzo o il pagamento di tangenti per la sicurezza dei negozi. A Catania si diceva che la mafia non esistenza. Quando Nitto Santapaola inaugurava le sue attività i primi a correre errano i politici locali. Ho detto queste cose nel mio libro e nessuno ha potuto negarlo. A Catania si scoprì poi che la mafia esisteva e d aveva conquistato al Sicilia. A Palermo si sparava tutti gironi. Cercavamo di comprendere 300 omicidi ogni anno e d i cadaveri non si trovavano più perché sciolti nell’acido. Durante questa guerra non ci siamo abbattuti anche quando furono uccisi due giovani carabinieri a servizio nell’ufficio. La mafia uccideva persone innocenti che facevano solo il loro dovere. In questa guerra abbiamo avuto anche paura che, come diceva Falcone, è un sentimento umano. Paura che però ci ha fatto continuare. Rocco Chinnici istituì il pull antimafia e Falcone ebbe un’intuizione violando il segreto bancario ricordando il detto latino pecunia non olet. Si scoprirono gli assegni circolari che servivano per pagare la droga. Questo suscitò molte lamentele per la violazione del segreto bancario fino ad arrivare a chiedere che Falcone non si interessasse più di indagini sulla Mafia. Ma Rocco Chinnici costituì il pull antimafia proprio per far continuare le indagini ricordando come diceva Falcone di Seguire il denaro per scoprire le malefatte. Si compilò il primo rapporto antimafia che non parlava più degli omicidi, ma dell’organizzazione mafiosa e si riuscì a capire che era una guerra di potere. Questo rapporto che scoprì le connivenze tra i mafiosi e le lotte, che essi stessi facevano tra di loro per il potere, fu il primo documento che fu alla base del maxi processo”.

Pellegrini ha poi ricordato tutte le indagini e le morti avvenute come attentati mafiosi. La mafia cominciò a riscuotere da quelle persone che avevano in passato chiesto a loro favori. Quindi la mafia andò a chiedere di bloccare il maxi processo e cominciò la campagna contro Falcone ed il pull antimafia e vennero uccisi procuratori lasciando Falcone da solo.

Falcone ebbe anche attacchi diretti come l’attentato all’Addaura. Falcone era molto apprezzato all’estero ma non in Italia dove la connivenza mafiosa era fortissima.

Quando andò via Caponnetto venne scelto un alto magistrato che non sapeva nulla del pull antimafia e che poi sciolse facendo tornare indietro di molti anni il modo di fare le indagini. La guerra di mafia era stata portata avanti come una strategia militare da una mente raffinata che difficilmente fa asserire che solo Reina potesse essere il deus ex machina. Forse, anzi con certezza, menti raffinate erano dietro la mafia.

“Voi giovani – ha concluso Pellegrini- dovete pretendere la verità. Parlavo di libertà e parlo a voi persone libere. Evitate di bussare alle porte, più favori chiedete e più le persone diventano forti. Pretendiamo che i nostri diritti vengano rispettati nella scuola, nella vita. Chiedere un favore a qualcuno significa non essere più liberi”.

I ragazzi hanno fatto poi domande sia sulla vita di Falcone sia dello stesso Generale Pellegrini che ha volentieri risposto dando loro le informazioni richieste.

Presenti all’incontro: Francesca Martinelli per il Premio Borsellino, Don Antonio De Grandis Presidente  Tribunale Ecclesiastico Regionale di Abruzzo e Molise,  le docenti di riferimento del Premio Renata Di Iorio, Rossella Cioppi, Roberto Melchiorre e Rosa De Fabritiis.

Maria Luisa Abate

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