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Pescara misteriosa: La città che nasconde le sue origini

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A Pescara capita spesso una cosa curiosa. La si guarda come città di mare, di corso, di traffico, di spiaggia, e intanto sotto i passi resta un’altra geografia, più antica e meno docile, che ogni tanto riaffiora e ricorda quanto il presente sia costruito sopra molte rimozioni. Perfino in un tempo che mescola senza pudore simboli locali, slogan rapidi e calcio scommesse in tempo reale, basta spostarsi verso il nucleo storico per accorgersi che qui il vero enigma è urbano, archeologico, materiale. Pescara conserva le proprie origini in frammenti, e proprio per questo obbliga a guardarla meglio.

La città visibile e quella scomparsa

L’idea di una Pescara misteriosa regge quando la si ancora ai fatti. La città moderna, relativamente giovane nel suo profilo pubblico, poggia infatti su una storia molto più lunga. Treccani ricorda che l’abitato fu fortificato per volontà di Carlo V e che la sua vicenda, per secoli, appartenne in larga misura alla storia militare del Regno di Napoli. Nel 1566 la fortezza resistette anche a un grande assalto ottomano. Sono dati che cambiano lo sguardo: dietro la città balneare di oggi c’è stata una piazzaforte, una soglia armata, un luogo di frontiera.

Di quella fortezza resta poco, ed è qui che nasce la sensazione di una città sottratta a sé stessa. Molte strutture difensive furono demolite o interrate quando Pescara iniziò a crescere in direzione moderna. Il risultato è una città che mostra una faccia sola, mentre l’altra continua a stare sotto traccia.

Il Bagno Borbonico, dove la storia ha lasciato le pareti

Il luogo più eloquente, da questo punto di vista, è il Bagno Borbonico. Oggi il complesso ospita il Museo delle Genti d’Abruzzo, ma il Ministero della Cultura ricorda con chiarezza che si trova nella parte non demolita della fortezza di Pescara. Il nome stesso conserva una memoria dura: quella del bagno penale borbonico, un carcere che segnò a lungo la storia cittadina. Qui il passato non si affaccia come decorazione. Ha muri, celle, funzioni precise.

Entrarci, o anche solo sostare nei dintorni di via delle Caserme, significa toccare uno dei pochi punti in cui Pescara lascia vedere la propria ossatura antica. In una città che ha perduto molta parte delle sue strutture originarie, il Bagno Borbonico vale quasi come una prova materiale. Dice che la città fortificata è esistita davvero, ha disciplinato spazi e corpi, ha inciso sulla vita quotidiana e sulla percezione stessa del luogo. Il mistero nasce dalla sproporzione tra ciò che fu e ciò che resta.

La casa di d'Annunzio e la memoria del centro antico

Un altro dettaglio, meno cupo ma altrettanto importante, riguarda la casa natale di Gabriele d’Annunzio. Il Ministero della Cultura la colloca sul corso principale dell’antica città di Pescara, dentro quella fortezza militare che venne demolita negli anni dell’infanzia del poeta. È un’informazione preziosa. Significa che uno dei luoghi più noti della memoria cittadina sorge esattamente in un punto dove il tessuto storico era ancora vivo, e stava però già entrando nella fase della sottrazione.

Le tracce sotto piazza Unione e lungo il fiume

Chi cerca conferme ulteriori le trova negli studi archeologici sul territorio urbano. Le sintesi di Andrea Staffa, archeologo che ha lavorato a lungo su Pescara antica, richiamano gli scavi effettuati al Bagno Borbonico, a piazza Unione e nella golena sud, grazie ai quali è stato possibile ricostruire un esteso circuito murario e varie fasi dell’insediamento antico. Anche Treccani, nella voce archeologica dedicata a Pescara, segnala per l’area di piazza Unione strutture in muratura di età romana. 

Il rapporto col fiume, poi, complica ancora le cose. Pescara nasce anche come soglia fluviale e portuale, e questa sua natura spiega buona parte della sua importanza antica. Quando oggi si osserva la città solo nella sua superficie più recente, questa funzione rischia di sparire dal racconto. La storia, invece, resta lì, sepolta.

Una città che chiede uno sguardo meno distratto

Perfino un simbolo popolare come la Nave di Cascella, secondo il Comune di Pescara, richiama i carcerati del Bagno Borbonico usati come rematori fino al 1859. È un esempio notevole: un’opera percepita da molti come immagine semplice della città marinaresca porta con sé, in realtà, una memoria aspra, legata alla pena e alla costrizione. Pescara fa spesso questo gioco severo. Offre una figura chiara in superficie e ne nasconde un’altra sotto.

Forse il modo più onesto per raccontarla è proprio questo. La nostra Pescara misteriosa non è una città di favole oscure, ma una città che ha perduto molto del proprio corpo antico e continua a parlarne per indizi: una caserma superstite, una casa museo, mura individuate dagli scavi, un simbolo urbano che custodisce una memoria più dura del previsto. Se avete poco tempo, partite da via delle Caserme e da corso Manthonè. Il resto non si rivela tutto. Ed è giusto così.

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