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Sulla via della Transumanza

Ultimo appuntamento stagionale con Tutte le Storie della Storia d'Abruzzo di Camillo Chiarieri

| di Fabio Rosica
| Categoria: Cultura | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Anche quest’anno giunge a conclusione, in attesa di riprendere il prossimo autunno, il percorso storico di Camillo Chiarieri e di Tutte le Storie della Storia d’Abruzzo, presso la Sala Flaiano dell’Aurum a Pescara. Sulla via della Transumanza, questo il titolo dell’odierna conferenza, ha ripercorso duemila anni di Storia, attraverso il faticoso ma fondamentale lavoro, dei pastori abruzzesi.

Le prime pecore arrivarono in Abruzzo durante l’età del bronzo, portate da nomadi guerrieri, giunti dal lontano oriente. Insieme con loro una speciale razza canina, meglio conosciuta con l’identico nome dei suoi amici umani, perfettamente addestrata a svolgere il compito di vigilanza del gregge. L’aspetto di quelle popolazioni ci è noto grazie al ritrovamento del cosiddetto Guerriero di Capestrano, quel Nevio Pompuledio, questo il suo vero nome, che rappresentava una sorta di capo tribù, con funzioni probabilmente anche sacerdotali. La Transumanza dell’epoca, il cui pascolo più famoso era quello di Campo Imperatore, fu definita di tipo verticale, poiché ci si limitava a far scendere il bestiame, quando arrivava l’autunno, dai monti a valle. All’inizio del I secolo a.C., terminata la celebre Guerra Sociale, un nuovo avanzato sistema amministrativo consentì uno sviluppo territoriale più ampio, che consentì ai pastori di spingersi fino alle terre pianeggianti della Puglia, così da diventare di tipo orizzontale. Fu in quell’epoca, grazie alla grandezza dell’Impero Romano, che nacquero le calles publicae, in seguito denominati tratturi, in altre parole una rete stradale interamente riservata al transito delle greggi, i cui spostamenti, e tutto ciò che ne derivava, furono disciplinati dalla Lex Agraria del 111 a. C.. Opera dell’agronomo Marco Terenzio Varrone, scritto nel 37 a.C., il De Re Rustica è invece un raro esempio di ciò che oggi possiamo considerare un vero e proprio trattato scientifico. L’economia della pastorizia era così importante da meritare grandi attenzioni e studi normativi, che sono stati tramandati e utilizzati, grazie all’opera dei Benedettini, anche in seguito alla caduta dell’Impero Romano.

La vasta superficie di circa 300.000 ettari che conosciamo come Tavoliere, ma che prima dell’arrivo delle greggi abruzzesi era nota come Campi di Diomede, deve il suo nome alle Tabulae Censoriae, che avevano il compito, come suggerisce il nome, di censire le zone e non, come comunemente si ritiene, al fatto che quel territorio si mostri “piatto come una tavola”.

Nel corso dei secoli il numero degli animali che si spostavano lungo i cinque principali tratturi, variava spesso. Sappiamo per certo che addirittura, nel 1604, in piena età aragonese, ne furono censiti ben 5.500.000 capi. Le frequenti epidemie facevano spesso diminuire in pochi anni quelle consistenti cifre, che però in capo ad una sola stagione, se favorevole, poteva tranquillamente anche raddoppiare.

E’ assolutamente necessario soffermarci, a questo punto, sulla figura del pastore, ai giorni nostri ancora troppo spesso erroneamente considerata sinonimo d’ignoranza, al punto da diventare un epiteto offensivo da rivolgere in modo sdegnoso nei confronti di noi abruzzesi. Nulla di più falso dal punto di vista storico, giacché erano comunemente dotati, al contrario, di una grande cultura ed enorme sensibilità nei confronti di quella maestosa Natura che per mesi erano “costretti” a contemplare, durante i loro interminabili spostamenti. Lontani dai loro affetti e dalle loro case per otto mesi l’anno, la vita era senz’altro dura e rischiosa, anche dal punto di vista psicologico, a causa della solitudine cui erano costretti. Esistevano delle vere e proprie gerarchie, che li distinguevano per esperienze e capacità: si partiva dallo scamazzo, in pratica l’apprendista che aspirava a diventare, per l’appunto, pastore, poi veniva il buttero, che si occupava dei trasporti e della logistica in generale, il caciere, che produceva il formaggio e del cui mestiere si diceva che “ci si può morire ma non nascere”, poi il massaro, responsabile assoluto delle proprietà dei grandi possidenti, che per importanza era preceduto, infine, solo dal padrone.

Un capitolo a parte va dedicato alle donne, che rimanevano sole a custodire le case, approfittandone per ricamare i loro corredi durante le lunghe e fredde notti invernali. La tecnica più complessa e affascinante, tramandata fino ai giorni nostri, è senz’altro quella del tombolo, fatto d’intrecci di fili la cui comprensione metterebbe in seria difficoltà anche delle laureate in ingegneria e architettura. La scrittrice inglese Anne Mcdonnell rimase talmente affascinata dalla fierezza di quelle donne, di Scanno in particolare, che ne trasse un ritratto meraviglioso durante il suo viaggio in terra italica, all’inizio del secolo scorso, riportando in luce il testo di un canto che simboleggia perfettamente quelle figure femminili: Il ritorno del pastore.

Durante la Prima Guerra Mondiale la Transumanza fu sospesa e quando riprese, sia per mancanza di uomini abili, sia per la rivoluzione industriale in atto, si utilizzarono i treni per il trasporto delle pecore. Un’epopea durata duemila anni si avviò quindi al tramonto. Nel 1970 venne a mancare Francesco Giuliani di Castel del Monte, l’ultimo pastore poeta, che con i suoi versi, di seguito ricordati, definì perfettamente queste epiche ed erroneamente sottovalutate figure della nostra tradizione:

“Tra le selve e sui monti anch’io pastore

con il gregge ed a questo affezionato

nel bel piano di Campo Imperatore

quante stagioni io vissi beato;

e leggevo con cura e con amore

Dante, Petrarca e l’Ariosto lodato,

questi sempre compagni e cari amici

per cui viver potei giorni felici.”

Anche Gabriele D’Annunzio, del quale proprio domani ricorre il 154° anniversario della nascita, con i mitici versi di Settembre, dalla raccolta Alcyone, ha consegnato alla Storia la grandezza dei Pastori e della Transumanza. Al termine della sua lettura, Camillo Chiarieri ha salutato i presenti, fissando appuntamento ai presenti in vista delle sue tante future iniziative, in giro per l’Abruzzo, con le meraviglie che lo contraddistinguono. Per chi volesse approfondire l’odierno argomento, anche in quest’occasione non possiamo che consigliare la lettura del libro Storie della Storia d’Abruzzo, cui il primo capitolo è interamente dedicato.

Non resta che darvi appuntamento in autunno, per la quinta edizione di quest’affascinante cammino nel tempo, della nostra regione.

 

Foto I. Barigelletti 

Fabio Rosica

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