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Gli antichi mestieri: la bottega del calzolaio a Penne

Gabriele ci racconta i suoi 69 anni di attività

| di Francesca Di Giovanni
| Categoria: Tradizioni | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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In pieno centro storico, a pochi passi dal caos cittadino della vita pennese, si trova la piccola bottega artigianale del signor Gabriele Giancaterino. Calzolaio da quasi 70 anni, lo si può trovare sempre lì, a 79 anni, che svolge il suo lavoro con la stessa professionalità di quando iniziò.
Un artigiano che cominciò a lavorare giovanissimo, in quegli anni in cui gli italiani si trovavano di fronte a guerre e povertà e nonostante le paure e i pericoli affrontavano la vita con il sorriso, lo stesso sorriso che Gabriele mantiene costante e non nega mai a nessuno. Tanta la gente di passaggio quotidianamente, per consegnare o ritirare lavori, per un saluto, per un consiglio o semplicemente per scambiare due chiacchiere con chi ne sa più di lui o con chi ne ha condiviso le disgrazie dei tempi passati; felicissimo di dedicare ad ognuno la parola giusta al momento giusto, sempre gentile e disponibile con tutti, ma senza mai abbandonare o perder di vista il proprio lavoro.
Ci racconta: «Ho cominciato a lavorare a 10 anni, mentre andavo ancora a scuola, per dedicarmi totalmente al lavoro dall’anno successivo: i miei genitori erano analfabeti e dato che ormai sapevo leggere e scrivere potevo terminare la mia carriera da studente. All’inizio seguivo il maestro, con cui andavamo porta a porta presso le case di campagna, sia per fare riparazioni che per fabbricare scarpe: acquistavamo il materiale necessario (tela, suole, lacci, ….) e con la forma della misura giusta facevamo le scarpe a chi ne aveva bisogno. Le famiglie ci pagavano in natura (c’era un patto chiamato “stagno”), dandoci 10 chili di grano l’anno per ogni componente a carico, oltre a cibo e spesso un riparo per la notte, e se ci andava bene ci davano anche qualche pollo. Il sabato e la domenica lavoravamo dentro la bottega, e lì capitava che qualcuno ci pagava con del denaro. Alla fine della giornata mi potevo ritenere soddisfatto, per quanto fosse faticoso il lavoro avevo guadagnato il minimo indispensabile per sopravvivere, il piatto di minestra non mancava mai, e se si riusciva ad avere anche un pezzo di stoffa si chiamava il sarto e ci si faceva fare il vestito per tutta la famiglia. Ho accompagnato il maestro fino a quando sono andato a fare il militare, poi mi sono messo in proprio, spostandomi in diversi punti del centro, fino a stabilirmi qui del 1961».
Una persona onesta e cortese, che non si scoraggia davanti a difficoltà o imprevisti, cerca di andare incontro alle diverse personalità con cui ha a che fare ogni giorno senza perder la pazienza neanche con chi non è provvisto del suo stesso garbo. Dotato di un’umiltà rara, lui stesso dichiara che basta il minimo per vivere e se si ha l’indispensabile non si può parlare di crisi solo perché non si può acquistare il vestito nuovo per il giorno di festa. Se gli si domanda qual è stato il lavoro più difficile svolto, con semplicità risponde «Il lavoro difficile non esiste. Ho fabbricato scarpe, smontato, rimontato, allargato, accorciato e me le sono rigirate in ogni modo. Tutto si può fare se si conosce bene il proprio lavoro, il difficile esiste solo se si è ignoranti».
Gabriele proviene da una famiglia non molto numerosa, i cui componenti hanno svolto occupazioni differenti: lui è l’unico calzolaio, che cominciò un po’ per caso e solo in seguito si appassionò al mestiere, ma che ad oggi non ha nessuno che vuole proseguire la sua professione. Secondo lui i ragazzi moderni vogliono il posto fisso e non hanno alcuna intenzione di apprendere, mettersi in gioco e faticare senza orari e senza la certezza della remunerazione a fine mese. Ma a consolarci ci pensa lui: la gioia con cui ci accoglie è contagiosa e per fortuna ci confida che ha intenzione di lavorare per noi ancora molti anni, senza tregua, così come nel lontano 1946.

Francesca Di Giovanni

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