La pesca di raccolta nel dopoguerra pescarese

| di Maria Luisa Abate
| Categoria: Tradizioni
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Vincenzo Olivieri, Organizzatore e direttore scientifico del “Museo del Mare” di Pescara, parla del rapporto che le persone avevano con il mare nel periodo post bellico a Pescara, quando c'era una situazione di estrema povertà. Le persone raccoglievano tutto quello che trovano sulla riva del mare dove entravano senza bagnarsi le ginocchia. Da cui la pesca di raccolta.

A Pescara, la pesca era fatta sotto costa e veniva effettuata con le nasse, i trabocchi le bilancette ed era un'attività svolta marginalmente dai contadini. Un sistema di pesca era quello della sciabica: la rete veniva bloccata a terra, con un picchetto, ed era portata a mare con una barca. Se era portata a piedi si chiamava pedarola.

La pesca povera si svolgeva con le barche a vela, le paranze, con due sistemi la gaetana che era una rete tirata da due barche, che prendeva il nome dalla città di Gaeta dove probabilmente era stata inventata, e la tartana che era una rete tirata da una sola paranza.

Le barche erano le paranze, le lancette e una piccola barca utilizzata vicino alla costa in uso a Pescara chiamata cannizzo fatta con le canne che crescevano in abbondanza lungo il fiume e le paludi.

In quell'epoca c'era l'alta marea, prima che fossero stati installati frangiflutti, che invadeva la spiaggia. All'alba la marea si ritirava e le persone andavano nelle secche dette scagni (da scanni sgabelli).

La bassa marea metteva a disposizione molluschi, telline e le "parapazze", nome che derivava dal termine le "puveraccie". Flaiano coniò poi il termine i paparazzi per indicare i fotografi, che durante la dolce vita a Roma, utilizzavano con frenesia le macchine fotografiche che si chiudevano come le valve delle "paparazze".

C'era la possibilità di raccogliere i cannolicchi con le dita, alcuni spargevano un po'd'olio sull'acqua del mare per rendere più visibile il fondo e con una stecca di ombrello, che infilando negli occhietti dei molluschi, prendevano, con grande abilità,il cannolicchio che chiudendo le valve rimaneva attaccato alla stecca.

Senza bagnarsi, ma girando per le secche, si trovavano granchi, buonissimi da mangiare, bastava staccare il carapace e cuocerli leggermente.

Sempre con la bassa marea, si poteva arrivare nelle pozze che si trovavano tra le secche e trovare i cefalopodi (polipi) e i moscardini.

Lungo la riva ci si poteva imbattere nelle seppie tarafinate cioè morse da "lu tarafino" (da cui il nome) cioè il tursiope che è un  delfino che si avvicinava molto alla coste e non si sa perché usava le seppie per motivi ludici e dopo averle morse, con la pinna, le lanciavano a riva come ancora oggi fanno nei delfinari con la palla.

L'altro delfino, che ancora oggi, chi va in barca a vela, vede girare intorno all'imbarcazione, presente allora numeroso nelle acque pescaresi, è l'astenella, detto "lu sardellone" perché si nutre fondamentalmente di pesce azzurro

Altro prodotto le cozze,che in genere sono legate alle scogliere dove vivono e prolificano, ma che a Pescara, per assenza di scogli, vivevano legate al pontile alla foce del fiume. L'acqua del mare si confondeva con l'acqua dolce del fiume che veniva bevuta normalmente dai residenti.

In quel luogo venivano pescate cozze bellissime e grandi che oggigiorno non più disponibili perché allevate in vivai e tutte calibrate. Inoltre prolificavano anche i granchi dette le pelose con i quali si faceva un ottimo sugo per condire la pasta.

Le antiche pietanze costituite da alimenti poveri, erano a base di pesce e molluschi. Oggi si direbbero di risulta, ma che allora costituivano il solo modo di alimentarsi per una popolazione poverissima che con la raccolta, di quanto donava il mare nella risacca, si nutrivano.

Maria Luisa Abate

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