Il Teatro dei Gesuiti di Pescara ha organizzato una stagione teatrale, a scopo benefico, che coniuga arte e solidarietà. L’iniziativa è finalizzata a una raccolta di fondi da destinare alla Missione Scutari (Albania), presso la quale opera padre Pino Piva.
Gli organizzatori hanno così promosso il coinvolgimento di quelle realtà che operano nel campo delle discipline performative, sollecitando una loro partecipazione.
Il Teatro Sociale di Pescara, compagnia teatrale stabile indipendente, che ha fra le sue finalità primarie quella di proporre o partecipare a progetti che sano basati sul connubio arte/cultura/solidarietà, ha deciso di aderire all’iniziativa.
Sabato prossimo, 1° marzo, sul palcoscenico del Teatro dei Gesuiti tornerà dunque in scena con una delle sue produzioni più fortunata e più nota: “L’uomo carbone”, uno spettacolo dedicato a uno dei più gravi incidenti sul lavoro di tutti i tempi: la tragedia di Marcinelle.
In programma, vi sono ben 3 repliche: la mattina, alle ore 9.00 e alle ore 11.30, sono previsti due spettacoli riservati agli studenti di alcune scuole cittadine; nel pomeriggio, alle 18.00, vi sarà una replica aperta al pubblico.
Il costo del biglietto è di € 5.
Nella tragedia di Marcinelle, il terribile incidente che l’8 agosto del 1956 devastò il pozzo numero 1 della miniera del Bois du Cazier, a Charleroi, in Belgio, persero la vita 262 minatori, quasi tutti emigranti italiani. 90 furono le vittime di origine abruzzese (la maggior parte delle quali provenienti da piccoli centri dell’entroterra del pescarese).
Il Teatro Sociale di Pescara, compagnia stabile che si occupa di teatro sociale e civile, specializzata in ricostruzioni storico-antropologiche di vicende appartenenti al nostro recente passato, ha dedicato a questo terribile incidente sul lavoro un intenso spettacolo teatrale, intitolato “L’uomo carbone”.
Lavoro e disoccupazione, sicurezza sui luoghi di lavoro ed emigrazione italiana del secondo dopoguerra, sono gli assi portanti di questa produzione che la compagnia abruzzese ha replicato con successo, quasi ininterrottamente negli ultimi tre anni, in Italia e all’estero (Belgio, Francia).
NOTE. “L’uomo carbone” è lo spettacolo più conosciuto del Teatro Sociale di Pescara. Più volte replicato in Italia e all’estero, ha incontrato il favore di pubblico e critica: è stato protagonista di importanti iniziative ispirate al principio che coniuga arte e solidarietà, come la tournèe tenuta lo scorso anno nel Sulcis iglesiente, in Sardegna, e culminata con la rappresentazione dello spettacolo stesso all’interno della (tristemente) nota miniera della Carbosulcis. Inoltre, una replica de “L’uomo carbone” è stata rappresentata in Belgio, a Charleroi, in occasione del riconoscimento del Bois du Cazier a Patrimonio dell’Umanità da parte dell’UNESCO, presente alla rappresentazione il primo ministro belga Elio Di Rupo.
Per la prossima stagione la compagnia del Teatro Sociale di Pescara è stata invitata a replicare “L’uomo carbone” in Lussemburgo, Polonia e Tunisia.
Sinossi
L’8 agosto del 1956, fra le 7.30 e le 8.00 del mattino, un’esplosione devasta il pozzo n. 1 della miniera di Bois du Cazier, a Marcinelle, vicino Charleroi, in Belgio.
262 dei 274 minatori presenti in quel momento nella miniera perdono la vita: 136 sono italiani; 60 di queste vittime sono di origine abruzzese (provengono prevalentemente da piccoli paesi dell’entroterra della Provincia di Pescara: Manoppello, Lettomanoppello, Turrivalignani); si tratta di emigranti, partiti alla volta del Belgio all’indomani della ratifica dell’”Accordo Uomo – Carbone”.
Siamo nel 1946: l’Europa, appena uscita dalla tragedia della Seconda Guerra Mondiale, deve rimettere in moto l’economia. Il Belgio ha assoluta necessità di riavviare l’attività estrattiva, uno dei traini del proprio sistema economico prima del conflitto: ma è praticamente privo di manodopera. Le ingenti perdite in termini di vite umane, causate dalla guerra, rischiano di compromettere la riapertura delle miniere. E’ così che iniziano le trattative con l’Italia, dove le priorità sono altre; dove la miseria e la disoccupazione hanno colpito (e ancora colpiscono), soprattutto nelle zone del centro-sud, più duramente del conflitto stesso. Il 23 giugno di quell’anno, si arriva alla firma del Protocollo d’Intesa, finalizzato a regolare il rapporto fra i due paesi, in ordine all’impiego di manodopera italiana in Belgio. L’accordo porta la firma di Alcide De Gasperi, che guida il Governo di Unità Nazionale, che promuove una politica attiva riguardo all’ emigrazione.
In realtà, solo alcuni termini dell’accordo furono resi noti. A coloro che facevano domanda di emigrazione veniva comunicato che il protocollo italo-belga prevedeva una base salariale comune per minatori italiani e belgi (e dunque identica retribuzione, per gli uni e per gli altri), oltre che un regolare trattamento pensionistico e sanitario, e il diritto agli assegni familiari, anche per i componenti delle famiglie rimasti in Italia. Non furono rese note, però, le clausole che prevedevano l’obbligo tassativo del rispetto dei termini del contratto, per i minatori provenienti dall’Italia, riguardanti tempi e modalità del loro impiego. E, in particolare:
- la clausola che impediva la rescissione del contratto prima di un anno di lavoro continuativo in miniera, pena la detenzione;
- il mancato rinnovo del passaporto, in caso di rinuncia all’accordo;
- l’impossibilità di cambiare lavoro prima di aver svolto 5 anni continuativi di lavoro in miniera.
In realtà l’accordo “Uomo – carbone” prevedeva che l’Italia trasferisse 50.000 operai in Belgio, per sopperire alla carenza di manodopera. Il Belgio, come contropartita, garantiva all’Italia (da sempre povera di materie prime, indispensabili per l’industria metallurgica) almeno 2.500 tonnellate di carbone all’anno, ogni 1000 operai inviati.
L’allestimento curato dal Teatro Sociale di Pescara racconta la storia di due fratelli, Antonio e Sandro, partiti alla volta del Belgio, con in tasca la domanda di emigrazione e nel cuore tutti i sogni, le speranze, i rimpianti di due ragazzi qualunque. Nel pozzo numero uno, quella maledetta mattina dell’8 agosto del ’56, scopriranno che in realtà avevano imboccato la strada che li conduceva inesorabilmente verso il loro destino. Una storia dura e toccante, dai risvolti neorealistici, che qualcuno ha definito “verghiana”, i cui protagonisti non sono però delle trasposizioni sceniche del clichè del minatore o dell’emigrante, ma persone. Il nucleo centrale della storia de “L’uomo-carbone” si snoda attorno alla necessità di rivelare questa semplice, ma non trascurabile, incontrovertibile verità: i minatori di Marcinelle, prima che minatori, erano persone. Con le loro storie, le loro vite, i loro sentimenti, le loro speranze, le loro paure. E il loro destino

