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L’arte di Lucio Monaco tra frammenti e lacerazioni al Museo Michetti di Francavilla

Lezione di Introduzione alla Filosofia per l’Università della Libera età

| di Leonardo Paglialonga
| Categoria: Arte | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Si è tenuta martedi 3 marzo alle 16,30 presso il Museo Michetti di Francavilla al Mare la lezione della XXI edizione dell’Università della Libera età di Francavilla, coordinata dal prof. Massimo Pasqualone. Tema dell’incontro è stata l’introduzione alla filosofia, relatore la prof.ssa Marianna Zuccarini. Prosegue il progetto MumArt, curato dallo stesso Pasqualone e ideato dall’artista francavillese Sandro Lucio Giardinelli.  MumArt propone, all’interno della Ule di Francavilla, un laboratorio di Arte contemporanea, con la presentazione di mostre personali dedicate ad artisti abruzzesi e non, fino a giugno 2015. Per questa occasione il critico d’arte Annarita Melaragna ha presentato Lucio Monaco.

In una breve intervista preliminare, l’Artista (e amico) Lucio Monaco confessa di aver iniziato quasi per caso gli “strappi” ai manifesti, e precisamente a partire dal 2001, a seguito di una sua difficile situazione familiare, per cui strappava (di notte) tutto quello che per lui rappresentava “il bello”. Solo successivamente ha operato degli “interventi” su questi quadri (collages e décollages). Ha frequentato il Liceo Artistico all’Istituto San Berardo di Teramo, poi quattro anni di “figura dal vero” presso i Maestri Comaschi. Attualmente è vice-presidente dell’associazione degli artisti abruzzesi “Lejo”, che conta più di 120 iscritti. Fin dall’inizio ne ha perorato la causa e le finalità con impegno, altruismo, disponibilità totale come è nel suo animo generoso ed empatico.

Ha aperto la lezione il prof. Massimo Pasqualone, introducendo l’Artista e suo grande amico, Lucio Monaco, mettendo in evidenza il rimando della sua arte alla Pop Art italiana degli Anni Cinquanta, citando l’influenzasu di lui del noto pittore Mimmo Rotella. Ma viene da pensare che l’abbinamento della sua arte ad uno sguardo filosofico, tema della lezione, non sia una casualità. Entrambe ci inducono alla possibilità di guardare il mondo (“weltanschauung”) con uno sguardo particolare. Di qui il binomio arte-filosofia che vede notevoli punti di contatto in questa occasione. Pasqualone cita un vecchio detto secondo cui “la filosofia è quella cosa con la quale e senza la quale si rimane tale e quale”. Ma forse la storia, specie quella del pensiero filosofico, ci dice che non è proprio così. Infatti, il primo filosofo della storia della filosofia, Talete, si racconta che, talmente preso dai suoi pensieri sulle cose ultime del mondo, cadde in un fosso suscitando l’ilarità della sua serva. Ma nessuno racconta che lo stesso Talete aveva previsto ai suoi tempi un raccolto grandissimo di olive e per questo aveva affittato tutti i frantoi della regione, diventando ricchissimo. La morale è questa: l’artista, come il filosofo, deve essere per forza un po’ distratto, disordinato, strampalato, “pazzo” altrimenti non sarebbe tale, farebbe un altro mestiere.

Annarita Melaragna, artista e critico d’arte, nel presentare Lucio Monaco parte da una considerazione: è impossibile attraversare questa stanza (la sala conferenze del Mu.Mi, ndr) e non soffermarsi a guardare queste opere, queste creature che vogliono farci riflettere su qualcosa. Senza voler catalogare, Lucio ha nel sangue la Pop Art, arte popolare, che si rifà alla comunicazione di massa, ai “testimonial” dei mass-media, ai personaggi più famosi. Ma in lui c’è un “evocativo ricercato”, che diventa una “demarcazione di personalità”. Mentre nella Pop Art c’è una esaltazione del personaggio (tipico della pubblicità persuasiva), dello “status symbol”, in Lucio c’è comunicazione ma non c’è massa, perché lui ci spinge a riflettere, ci riporta alla ragione, al pensiero dell’uomo soggetto-pensante, a denunciare la società attraverso evocazioni non banali, aprendo una finestra sulla contemporaneità, demarcando sì gli idoli, ma interpretandoli. Annarita Melaragna cita San Francesco d’Assisi secondo cui: “chi lavora con le mani è un lavoratore, chi lavora con le mani e con la testa è un artigiano, chi lavora con le mani, la testa e il cuore è un artista”. E quindi l’artista, come Lucio, può dare un apporto alla società, anche di denuncia, per esorcizzarne le brutture e le aberrazioni, le contraddizioni e le lacune, le mancanze e i condizionamenti. Di qui la sensibilità di Lucio che, ad esempio, vede il manifesto del cantautore De Gregori a terra, calpestato dalla gente; lo raccoglie, si imbratta, noncurante di chi lo vede e gli ridà vita, lo rende attuale, esaltandolo “per” la massa. Di qui la considerazione che l’artista, per la sua ricchezza interiore, ha quel luccichìo in più,  che ci scuote, ci porta alla discussione, al confronto. Se non ci fossero gli artisti, dice Annarita Melaragna, la società diventerebbe piatta, stereotipata, schematizzata dall’influenza dei mass-media su di essa.

Per una maggiore comprensione dell’artista mi permetto di riportare di seguito, integralmente (per dovere di completezza), una critica inedita, datata dicembre 2014, che il prof. Bruno Paglialonga, artista e storico, già docente all’Accademia di Belle Arti di Perugia, ha scritto su Lucio Monaco dal titolo “Lacere realtà vagheggiate”:

“Nell’universo contemporaneo delle Arti visive l’abruzzese Lucio Monaco, moscianese del Teramano, si è ritagliato, in forza dell’impegno e a pieno merito, un proprio preciso spazio: lo ha fatto, essendo dotato sia di requisiti umani preziosi (modestia, schiettezza, generosità) e sia di propensione a crescere in sensibilità estetica, a percorrere le vie della ricerca e dell’espressione inusitata e convincente. Certo, i trascorsi artistici liceali e poi il tirocinio presso i Maestri Comaschi (1980) ben lo sostengono ora nel fare arte; e più traspaiono negli sciolti disegni, apprezzabili, persino se tratteggiati su tovagliolini in ex tempore o in clima conviviale.

Ma il nucleo dell’attività di Lucio Monaco è dato dalla feconda produzione (iniziata intorno al 1973) di opere pittoriche caratteristiche e munite di peculiare “cifra”. Non sfugge all’osservatore, infatti, che le sue sono raffigurazioni complesse; sono costruzioni articolate in brandelli figurativi e inserti sistemati in discontinuità, lacune  ad hoc e reintegri eclettici. Le policromie vivide e caleidoscopiche, che suscitano eccitazioni visive, dissimulano l’uso del colore abilmente reso incongruo e nel contempo inatteso e calibrato ai temi e agli effetti previsti. I materiali prescelti, relativamente eterogenei, per lo più cartacei, vengono utilizzati come collages e décollages. Anche lettere o parole (di memoria cubista), alquanto frequenti, e hand writings sono componenti di valenza non secondaria.

Similari apparati sintattici, già durante il primo e secondo Novecento, reggevano i linguaggi di correnti innovative, mosse dall’insorgere degli operatori estetici e culturali di forti interessi per le immagini e gli oggetti del consumismo, della società più o meno opulenta: il riferimento è all’europeo “Nouveau Realisme”, all’anglo-americano “Neo Dada” e alla diffusa “Popular Art”. Grandi, significativi movimenti del passato recente, questi ora citati, ma di portata inattuale e svaniti di mordente, ai cui risultati estetici storicizzati Lucio Monaco formandosi ha guardato ammirato e compreso d’empatia.

Lucio Monaco è artista dell’oggi, dell’hic et nunc, fuori dalla temperie innanzi ricordata. A suo modo, egli scruta trepidante la società attuale, attanagliata dalla crisi economica e oscillante nei valori fondamentali; è partecipe della natura dell’indubbio malessere diffuso, delle ragioni, delle difese e delle denunce esistenziali. Nonostante, però, abbia in qualche misura assimilato la tecnica e il lessico combine painting, non è un pedissequo epigono di desueti esercizi intorno al rispecchiamento visuale della società, dei suoi variegati aspetti, delle tante immagini dei centri cittadini, dei degradi delle periferie, delle spropositate forme massmediatiche che comunque imperano (una sua opera s’intitola Pubblicità). E non si propone di tentare la “riscrittura” dell’Arte volta al sociale, né a questa di fare, attraverso i dipinti, alcun riverente “omaggio”.

Quel che conta non sono le analogie figurali, effettive o supposte, o procedurali con gli assemblaggi conseguiti dalle nominate tendenze di metà Novecento, bensì le divergenze, le personalizzazioni. Nei quadri del nostro pittore lo spazio della rappresentazione si addensa di “parti” preordinate – non sempre “frammenti” – di un unico “testo narrativo” in apparenza disorganico, e si accende di cromatismi cercati con cura e sicurezza per raggiungere il risultato visuale dinamico. Il procedimento di montaggio esclude pressoché la casualità, condizione d’approccio questa largamente accolta dai “nuovisti”; e anzi, comporta (“esige”, mi verrebbe di dire) il raccordo di segni di matita o pastello, di trascinamenti di pennello, di qualche trait d’union funzionale ed espressivo. Nello studio dell’artista tutto si compie, mancando il “prelievo” delle immagini (d’ogni genere, banali e no) dai manifesti cittadini, dalle vistose pubblicità murali per finalità nient’affatto narrative, e la loro varia decontestualizzazione sui supporti-quadri (neorealisti) con perdita della carica sentimentale. Ḕ sufficiente fare riscontro con illustri affichistes come Raymond Hains, Jacques Mahé de la Villeglé, François Dufrêne. Lo stesso Mimmo Rotella, che all’inizio (1955) perseguiva la poetica dello strappo dal muro, dell’affiche déchirée, procederà con i doppi décollages (costruttivi e,insieme, distruttivi), si spingerà a dare ai brandelli il valore di colori, di “segni”, e più oltre, sull’onda intellettuale-speculativa, presenterà i retro-affiches monocromi con i quali azzererà ogni effigie, favorendo la concentrazione visiva dell’osservatore al mero incontaminato campo “gestaltico”.

I manifesti, le figure commerciali e dei beni materiali sognati dalla collettività, di gusto ordinario ovvero kitsch, bell’e pronti e riutilizzabili nella prassi d’arte, non sono considerati prioritari da Lucio Monaco. Il quale ben altro vuole e può recuperare dallo scavo del proprio interiore: il dispiegamento dei sentimenti, degli affetti; l’appagamento dei desideri, delle aspirazioni. E ancora: la risorsa dei suoi cari miti e le loro affascinanti storie, specialmente quelli che abitano il mondo del cinema,del teatro, dello spettacolo (John Lennon, Marylin Monroe, 2012; Sophia Loren, 2013; Lucio Battisti, Ivan Graziani, 2014); delle fantastiche e fantasiose vite degli “eroi” del coloratissimo cosmo del fumetto, di reminiscenza adolescenziale (Diabolik, 2013). Senza trascurare il versante della filmografia internazionale, di cui l’artista è un vero “patito”. Hanno toccato e scosso il suo animo sensibile alcuni eventi drammatici e tristi episodi criminosi (il terremoto in Abruzzo, L’Aquila, ora 3.32’; la strage che riguardò un magistrato e la sua scorta, Paolo Borsellino, 2014). Un celeberrimo sacro componimento laudatorio rivolto all’Altissimo, il Cantico delle Creature, gli ha ispirato ultimamente l’omaggio pittorico alla fulgida figura di San Francesco d’Assisi. Non si tratta – è chiaro – di argomenti e soggetti qualsiasi e per cui l’uno valga l’altro: essi ogni volta vengono selezionati attraverso lo slancio emotivo (Spietata, 2010); evocati dal personale vissuto, dalle vicende del cuore (Il sogno di un amore, 2011); rigenerati dalla inesauribile estrosa immaginazione.

Ecco dunque, focalizzata la genesi del “testo figurale” (qui etimologico “tessuto”) che Monaco concepisce di ciascuna opera, magistralmente tramato, intrecciato così da sorprendere il fruitore e, forse, pungolarlo a coglierne le allusioni metaforiche, a scioglierne i riassuntivi “rebus-sciarade” talvolta introdotti, ad estrarne il messaggio. In fondo, l’Arte – e la pittura – ha da assolvere alla funzione profonda di far meditare, di educare la società. L’artista ne sostiene la missione e la esplica libero di commentare, dissentire, criticare, ironizzare, condividere. Tale è il “credo” di Lucio Monaco, che si adopera a ciò con il diuturno impegno artistico, persuaso che l’opera, compiuta, non debba rimanere un vano, inutile manufatto” (Bruno Paglialonga).

Nella seconda parte della lezione c’è stato l’intervento della professoressa Marianna Zuccarini che ha tenuto una relazione di “Introduzione alla Filosofia”, materia che, come è noto, etimologicamente significa “amore per il sapere”. Andando per gradi, la relatrice ha esordito ponendo una domanda al folto pubblico presente alla lezione della Università della Libera età di Francavilla: “A che cosa serve la filosofia?”. Ebbene la filosofia, lei dice, si pone dei quesiti fondamentali: Che cos’è l’uomo? Perché siamo nati? Dove andiamo? Cos’è l’esistenza? C’è qualcosa dopo la morte? Che cosa sono i sentimenti? Cos’è la bellezza? Cos’è la felicità? Che cosa è l’amore, la passione? I grandi filosofi si sono sempre interrogati su questi aspetti che riguardano la vita di tutte le persone. Quindi la filosofia è quella disciplina che si pone queste domande. Ma avere risposte in filosofia è pura illusione, perché nessuna scuola di pensiero, nessun filosofo ci può dare delle risposte “oggettive”, ossia universalmente condivise. La ricerca stessa è la filosofia. Tutti possiamo essere filosofi cercando risposte ai nostri quesiti. Se talvolta le spiegazioni sono impossibili, l’importante è solo speculare in noi stessi, vedere se siamo ancora “curiosi”: più domande ci poniamo, più possiamo aumentare questo bagaglio di riflessioni. La filosofia va studiata non per amore delle risposte precise alle domande che essa pone, perché nessuna risposta precisa si può di regola conoscere, ma piuttosto per amore delle domande stesse, “perché esse ampliano la nostra concezione di ciò che è possibile, arricchiscono la nostra immaginazione e intaccano l’arroganza dogmatica che preclude la mente alla speculazione” (B.Russell). Dobbiamo, quindi, essere sempre aperti alla conoscenza, al sapere. Si può capire cosa ci sia di particolare nella filosofia facendo alcuni riferimenti. E se ne può capire la peculiarità rispetto alle altre discipline come la fisica, la storia, la chimica, la matematica, la psicologia. Lo storico si può chiedere cosa sia accaduto in un certo tempo o periodo del passato, il filosofo si interrogherà su che cos’è il tempo; il matematico studia le relazioni tra i numeri, il filosofo si chiede che cos’è il numero; il fisico si pone la questione di come sono fatti gli atomi, il filosofo invece su cosa c’è al di fuori della esistenza o al di fuori della nostra mente; lo psicologo si chiede come e quando un bambino inizierà a parlare, il filosofo come al linguaggio e alla parola possiamo dare un determinato significato. Ma la filosofia e la saggezza non sono solo per i filosofi ma per tutti, perché tutti ci poniamo queste domande. Aristotele diceva: “Pensate da uomini saggi, ma parlate come la gente comune”.

Di qui la relatrice ha spiegato che ci possono essere principalmente due approcci alla filosofia: il primo, come storia della filosofia nei suoi periodi storici; il secondo, tematico, argomentativo. Partendo dal primo, Marianna Zuccarini ha fatto un “excursus” storico della storia della filosofia: i primissimi filosofi furono i Presocratici, i Presofisti (Talete, Anassimandro, Anassimene con i loro rispettivi principi naturali: Acqua, Fuoco, Aria), poi Socrate, Platone, Aristotele; le Scuole dell’Età Ellenica (Stoicismo, Epicureismo e Scetticismo); la Patristica (san Tommaso e sant’Agostino, che diedero una spiegazione quasi razionale all’esistenza di Dio, quindi cercarono di avvicinare ragione e fede); l’Umanesimo e il Rinascimento (Cusano, Erasmo, Lutero, Tommaso Moro, Telesio, Campanella); con la rivoluzione astronomica Bruno e Copernico, Galileo e Bacone; la Filosofia moderna (Cartesio con il suo “cogito ergo sum”, cioè “penso dunque sono”); Hobbes, Pascal, Spinoza, Newton, Leibniz, G.B. Vico, Locke, che sveglia Kant dal suo “sonno dogmatico”) fino ad arrivare agli Illuministi (Voltaire e Diderot), prima di giungere al fondatore del Criticismo, Immanuel Kant, il filosofo dei filosofi, molto semplice da capire, bello da leggere, che ha rivoluzionato tutta la visione della filosofia fino a quel dato momento storico, fornendo ad essa una nuova metodologia e aprendo altri scenari e nuovi ambiti speculativi per i successivi grandi filosofi. E poi verranno Ficthe, Schelling e soprattutto Hegel, il grande contestato, incompreso, legato molto alla politica (infatti c’è una “destra” e una “sinistra” hegeliana). Dopo Hegel ci saranno KierKegaard, Schopenhauer, Marx (che ha dato un grande apporto alla storia della politica), Nietzsche (con la sua grande analisi introspettiva, quasi precursore della psicoanalisi e grande ispiratore per il nostro Gabriele d’Annunzio), Gentile (con il suo spiccato idealismo), Croce, Husserl (padre della fenomenologia) e Heidegger (padre dell’esistenzialismo), Popper e Wittgenstein che chiudono questo panorama storico della filosofia. Qusto ci fa capire quanto possa essere vasta la materia e imponente la mole delle riflessioni filosofiche che essa contiene.

Il secondo approccio alla filosofia, come ha detto in precedenza la relatrice, può essere tematico o argomentativo. La professoressa Zuccarini ha scelto di operare un sguardo ai concetti di “moralità” e “felicità” in Immanuel Kant, passando per il suo concetto di “libertà”. Per il filosofo lo studio della filosofia può ricondursi ai seguenti problemi: “Che cosa posso sapere? Che cos’è l’uomo? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? Come devo vivere per essere una persona giusta, felice? Il suo grande atteggiamento poneva massima fiducia nella ragione e negli imperativi della volontà. La sua filosofia “trascendentale”  è la spiegazione dei limiti della ragione e della volontà riguardo alla possibilità di conoscere, sia nel campo dell’etica che in quello della teologia. Egli esortava dicendo: “Abbi il coraggio di servirti della tua propria ragione” quindi “pensa con la tua testa”. Per Kant tutto doveva essere spiegato entro i limiti razionali. Per spiegare il valore più autentico della religiosità umana Kant prende le mosse dalla sua classica distinzione tra “autonomia” ed “eteronomia”. La prima è l’essere capaci di pensare con la propria testa e, per quanto riguarda le domande innanzi dette, ognuno deve far ricorso esclusivamente alla propria per quanto limitata ragione, indipendentemente da ogni credo religioso o da ogni autorità esterna. Gli eteronomi, invece, quando agiscono sempre in conformità della legge morale, lo fanno seguendo precetti impartiti dall’esterno, da altri e non per intima convinzione. Invece, per Kant, la legge morale è in ognuno di noi. Egli amava ripetere: “Il cielo stellato sopra di noi, la legge morale dentro di noi”. Egli affida all’uomo la facoltà di ragionare, di pensare con la propria testa, ma anche la facoltà di scegliere, sempre dentro se stesso, cio che è giusto da ciò che non lo è. Quindi il fondamento dell’etica è nella ragione. Nel cuore della moralità kantiana risiede il “dovere per il dovere”. L’“Io devo”, imperativo categorico di Kant (non “se devi” o “se puoi”) non  è imposto dall’esterno, ma è in ognuno dentro di sé. Ma “se devi, dunque puoi”: quindi all’imperativo categorico possiamo collegare il concetto di “libertà”. Se c’è la morale, per forza deve esserci la libertà. Per il filosofo siamo liberi nella misura in cui rispettiamo le leggi. Kant, però, rifiuta l’idea che si possa fondare l’etica sull’idea di felicità, perché questa è soggettiva (ci sono tanti modi per essere felici): siamo liberi di farci felici come vogliamo. Inoltre egli parla anche di Sommo Bene: per le persone religiose può essere Dio, per il filosofo è l’unione di virtù e felicità, che però non possono coesistere in questo mondo, ma solo nell’al di là.

Per concludere Marianna Zuccarini cita Newton: “Se abbiamo visto più lontano è perché stavamo sulle spalle di giganti”; quindi la filosofia probabilmente a questo ci aiuta: a riflettere e a guardare più lontano”.

Leonardo Paglialonga

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