In Italia esiste un male cronico che anestetizza il dibattito pubblico: la superficialità strutturale. Siamo il Paese in cui le complesse riforme economiche vengono ridotte a slogan da social network e dove il cittadino viene costantemente trattato come un elettore con scarsa coscienza e conoscenza da alimentare a contentini.
L’annuncio del governo Meloni sull’abolizione temporanea del bollo auto per le utilitarie ne è la prova lampante. Si toglie una tassa odiata per dodici mesi, in coincidenza esatta con le urne del 2027.
Questa misura svela la morte della vera Politica, il cui fine etimologico sarebbe la gestione della cosa pubblica per il bene comune. Oggi, invece, assistiamo a una recita in cui ognuno guarda esclusivamente al proprio interesse di bottega, mentre si consuma l'estinzione del ceto medio, ormai scivolato verso la soglia della povertà ed eguagliato a chi già non ce la faceva.
Mentre lo Stato spende miliardi per finanziare le guerre e le tensioni geopolitiche internazionali, le risposte interne sono micro-esenzioni calibrate con il bilancino. La realtà delle famiglie è ben diversa da quella immaginata nei ministeri: moltissimi nuclei familiari possiedono una sola auto, spesso di cilindrata superiore al limite massimo (80 kW) previsto dal blocco del bollo, magari acquistata anni fa per necessità di spazio o durata.Contemporaneamente, chi supera anche di poco la soglia dei 15.000 euro di ISEE si ritrova escluso da qualsiasi bonus per le bollette, per i trasporti o per la spesa. Famiglie normali, che lavorano e pagano le tasse, ma che non hanno diritto a nessuna esenzione e che la politica continua cinicamente a ignorare.L'odissea della sanità abruzzese e i viaggi della speranza rappresentano ad oggi il vero dramma di questa apparente regalia elettorale emergerà nei mesi successivi. Tagliare le tasse automobilistiche - che garantiscono ossigeno immediato alle casse regionali - rischia di dare il colpo di grazia alla sanità pubblica, che in Abruzzo è già ridotta ai minimi termini da anni di tagli selvaggi.La nostra regione registra tempi d'attesa biblici per esami e prime visite specialistiche. Con la progressiva chiusura dei presidi ospedalieri minori e il depotenziamento delle strutture locali, i cittadini sono costretti a viaggi della speranza e continui pellegrinaggi tra Pescara, Popoli, Scafa Penne altri presidi ancora nella speranza di trovare una data utile a breve termine. Chi non può permettersi di aspettare è costretto a rivolgersi alla sanità privata, i cui costi continuano a lievitare, diventando un lusso insostenibile per i bilanci familiari. Togliere risorse alle Regioni significa allungare ancora di più queste liste d'attesa e spingere le famiglie sul lastrico per curarsi. A questo quadro si aggiunge un grave deficit di sicurezza. Le istituzioni sembrano incapaci di varare misure adeguate contro l'aumento vertiginoso della criminalità. Pescara è la provincia con l'indice di criminalità più alto dell'Abruzzo e si colloca tragicamente nella parte alta della classifica nazionale. I reati denunciati, i furti e la microcriminalità di strada sono letteralmente raddoppiati negli ultimi anni, alimentando una percezione di insicurezza e abbandono da parte dei cittadini, che si sentono privi di tutele sia sul piano economico che su quello della incolumità personale.
Togliere il bollo per dodici mesi è una clamorosa presa in giro. È la dimostrazione di una politica superficiale che preferisce regalare un'illusione oggi per racimolare voti, piuttosto che garantire la salute e la sicurezza domani. Se finanziare le tensioni internazionali è diventata la priorità e tutelare il ceto medio un optional, il collasso dei servizi essenziali in territori già fragili come l'Abruzzo è lo spaventoso prezzo che ci faranno pagare per questa manciata di consensi.

