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Quando l'educazione è di casa

| di Giancarlo Odoardi
| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Ero in zona per un sopralluogo di tutt'altra natura, quando ho assistito involontariamente ad una scena a cui, per una certa deformazione e sensibilità personale, ho fatto subito caso.
La zona è quella dell'incrocio tra Via Acquacorrente e la strada parco, dove sono posizionati un paio di cassonetti per rifiuti indifferenziati . Sono lì che faccio delle foto quando noto un ragazzo in ciabatte, pantaloncini e a torso nudo uscire di casa con un bustone in mano. A giudicare dalla facilità con cui lo tiene sollevato intuisco si tratti di plastica. Il fatto che si diriga verso quei cassonetti mi mette in allarme, che diventa disappunto quando lo vedo sollevare il coperchio e infilarci dentro il leggero fardello differenziato,  e poi tornare con tutta tranquillità verso casa. Gli dedico tutti i miei peggiori pensieri, ma mi faccio i fatti miei.
Pochi secondi dopo, alcune voci di alterco, di cui non comprendo nulla, si sentono arrivare dalla palazzina del ragazzo. Ma la mia distrazione da quella scena dura poco, perché ora è una donna di media età a uscire dall'edificio, anche lei con buste a carico. Le posa per terra e si dirige verso il cassonetto. Più che intuire cosa sta accadendo, auspico che accada. E accade, con mio stupore.
La donna recupera in bustone di prima, prende anche le altre e si avvia in direzione opposta alla mia. Poi scompare dietro la curva. Ma dove sta andando? Pensando il meglio di lei mi sono detto: "Va verso un'isola ecologica, dove ci sono i cassonetti  per i rifiuti differenziati".
Ma io sono in altre faccende affaccendato, e quindi non la seguo.  Subito. Infatti, neanche dieci minuti e anch'io scompaio dietro la curva da dove scorgo la scena che mi aspettavo di vedere. La donna è intenta a disfare il suo carico e a conferire i rifiuti in modo differenziato dentro i relativi cassonetti, come abbiamo fatto noi da piccoli con i triangoli e i quadrati da infilare dentro le rispettive forme. Qui non mi sono più fatto gli affari miei.

Vado verso di lei e, dopo averla salutata, le faccio i migliori complimenti del mondo. Le dico che ho inavvertitamente assistito alla scena e che quello che lei adesso sta facendo è lodevole. Sul suo volto si apre un imbarazzato sorriso. Mi ha raccontato in pochi minuti, secondi, uno spaccato della sua vita: sua nonna, di fine ottocento e quasi centenaria e con la guerra sulle spalle quindi, se n'era andata da pochi anni, ma tutti i concetti del  valore e la preziosità delle risorse era riuscita a trasferirglieli completamente. Lei conserva tantissime cose in casa, prima di farle diventare rifiuti; a volta il livello di sopportazione del figlio, quello in ciabatte, pantaloncini e a torso nudo, tracima e quindi prende e butta tutto, nel primo buco disponibile.
In questi casi si accorge che la consapevolezza delle cose non ha fatto in tempo a passare alla nuova generazione, dalla nonna al nipote, e di questo lei si rammarica un po'. Ma tant'è.
Mi congedo da lei con gli stessi complimenti  dei saluti iniziali e ci aggiungo i ringraziamenti da parte delle future generazioni. Una donna veramente preziosa, di cui spero ci siano tante altre copie in giro.
Mentre mi allontano, osservandola nel  suo certosino setaccio di selezione e conferimento, mi imbatto in un signore che, neanche a 50 metri di distanza, apre il cassonetto dell'indifferenziato e ci butta dentro una fascina  di scarti potature. Ha i guanti da giardiniere, ancora le forbici in mano, ma in testa tutte le informazioni sbagliate. Anzi, mancano quelle giuste.
"Ma allora stamattina è una provocazione", mi dico. Fatto uno, faccio alche l'altro. Dopo i saluti di rito, e con tutta la calma di chi vuole essere comprensivo, gli chiedo se sa che gli sfalci vanno conferiti in modo differenziato, chiamando eventualmente il numero verde dedicato. Mi dice di no, che stava potando qualche rametto, ecc. ecc. Rincaro la dose informativa, ma mi sembra ragionevole. Capisce e mi dice che la prossima volta si organizzerà diversamente. Gli credo.
Non so quanto le due scene rappresentino il comune sentire e fare dei cittadini di questa città, si vi è una prevalenza dell'una o dell'altra; ma è certo che esistono entrambe ed è facile capire quale delle due vada privilegiata e sostenuta.
Mi sono sentito molto "guardia ecologica" in queste due occasioni, molto "ecovolontario amico del riciclo" e mi sono anche detto quanto figure di questo tipo, per cui tra l'altro ho gestito corsi di formazione e coordinato gruppi, aiuterebbe  la città a crescere e a diventare più virtuosa e amica dell'ambiente.
Far sentire la gente protagonista di un progetto comune: ecco quello che bisogna fare. E non con il metodo del controllo sanzionatorio o tributario, magari anche un po', ma soprattutto con quello del coinvolgimento, della partecipazione, della vicinanza, del sostegno. Tutte cose applicate in entrambe le scene che questa mattina mi hanno visto "volontario" in azione.
Ecco, in un bel gruppo di operatori  "amici del riciclo", disseminatori delle buone pratiche in giro per la città, arruolerei subito, oltre a tante altre persone che conosco personalmente, la donna della prima  scena, che magari potrebbe arruolare a sua volta il figlio. Ma ci metterei, dopo un bel corso di formazione, anche il giardiniere. A volte quelli che sbagliano, poi sono i migliori.
Io posso dare una mano.

Giancarlo Odoardi

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