Il Lunedì del Delfino

A Pescara si (soprav) vive di calcio

| di Fabio Rosica
| Categoria: Sport
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E’ bastato un buon Perugia, ben messo in campo, con una solida difesa a tre, formata da giocatori esperti, per avere la meglio su di un Delfino spuntato e senza idee. Non poteva durare in eterno, sempre vincendo le gare grazie soprattutto alla buona sorte. Manca poco alla chiusura del mercato, ma già possiamo affermare con una discreta sicurezza, che questa stagione sarà ricordata come strana, indecifrabile e, diciamolo pure, insulsa.

Una squadra allenata da Zeman, che non ha assolutamente nulla di zemaniano, è un po’ come uno Stradivari suonato da una persona stonata, che non conosce la musica. Un piatto insipido, che non invita i tifosi ad andare allo stadio. A Pescara, piaccia o no, gli spettatori non riescono a digerire un gioco “non gioco” come quello che quest’anno è loro proposto. Difficile anche commentare dal punto di vista tecnico le prestazioni dell’Undici biancazzurro, se ogni settimana si è in sostanza costretti ad affidarsi alla sorte, disquisire delle liti, vere o presunte, fra il presidente e l’allenatore e, infine, sperare che il mercato non distrugga definitivamente il poco di buono che si era finora visto.

Va detto che i giocatori venduti, Pigliacelli, Ganz, Del Sole, Benali e Zampano, non hanno davvero indebolito la Rosa con il loro addio, poiché stavano disputando un campionato “distratto”, desiderosi da tempo di accasarsi altrove. Non saranno rimpianti nemmeno i vari Latte Lath, Selasi, Cocco e Fornasier, ma i nuovi innesti sapranno inserirsi a dovere nei meccanismi un po’ arrugginiti degli ormai classici e forse, diciamolo pure, obsoleti schemi del maestro boemo?

A questo punto appare improbabile che il tecnico attuale riuscirà a terminare la stagione in riva all’Adriatico. E’ stato un matrimonio fallimentare, tutto sommato indolore per entrambe le parti, perché la società, i suoi affari è riuscita a comunque a metterli a segno, per buona pace del solito bilancio e il tecnico, il suo stipendio se lo è, in ogni caso, guadagnato, non avendo colpe particolari sulla coscienza da tirarsi dietro. Solo i tifosi ci hanno rimesso, incolpevoli spettatori di un improbabile miscuglio di giocatori che qualcuno si ostina a definire “squadra”, quando scende in campo. Come si può minimamente immaginare di riuscire a tradurre in bel gioco e risultati un guazzabuglio di atleti in prestito, di passaggio, che hanno il solo obiettivo di non farsi male in vista della prossima stagione, chiaramente da affrontare lontano da Pescara?

Fatto sta che la filosofia di Daniele Sebastiani è questa, prendere o lasciare. Lo abbiamo scritto a più riprese e, per dovere di cronaca, non possiamo fare a meno di ripeterlo: fintanto che alla guida del sodalizio adriatico ci sarà lui, sarà impensabile anche solo immaginare di assistere a un progetto calcistico serio. Si andrà avanti così, stagione dopo stagione, qualcuna sarà più fortunata, altre meno. Transiteranno da queste parti numerosi giocatori e allenatori, tutti più o meno consapevoli di dover recitare un ruolo da moneta di scambio. Purtroppo per loro non faranno in tempo ad affezionarsi a questo (potenzialmente) meraviglioso pubblico, tanto meno alla maglia e alla città. Mercato, bilanci, scambi, compravendite, prestiti, plusvalenze e minusvalenze, questi ormai i termini che a Pescara hanno sostituito quelli tecnici, di un tempo ormai lontano in cui nei bar, negli uffici, piazze e ogni dove, i tifosi amavano scambiarsi pareri e impressioni sulle imprese calcistiche dei loro beniamini. Tutto finito, sostituito da una sorta di videogioco manageriale, dove le gare rappresentano solo una piccolissima parte del campionato. A chi difende il comportamento del presidente, giustificandolo come l’unico possibile per sopravvivere in questo mondo popolato da pescecani affamati solo di denaro, che probabilmente nemmeno conoscono del tutto le regole del gioco, vorremmo chiedere se, ammesso ciò fosse vero, una misera sopravvivenza sia meglio di una vita rischiosa. Anche nel corso di un’altra eventuale, futura, stagione vincente, che senso avrebbe tifare per un Delfino che, in quella successiva, al 99% sarebbe completamente stravolto nei suoi protagonisti e destinato quasi certamente a non ben figurare, fra mille rimpianti? “Morire non è un dispiacere. Diventare inutile, quello si è un dispiacere”, Oriana Fallaci.

Sabato prossimo si andrà a far visita alla capolista Frosinone (al momento in coabitazione con il Palermo), memori dell’incredibile e rocambolesco 3-3 dell’andata. La squadra laziale rappresenta l’esatto opposto, in termini di strategia imprenditoriale, del Pescara. Da quelle parti la società ha iniziato da parecchi anni un progetto vincente, che l’ha vista già in grado di costruire un nuovissimo stadio, grazie anche al denaro guadagnato con la promozione in serie A del 2015. Nonostante l’immediata retrocessione, al termine comunque di un campionato dignitoso, la Rosa è sempre rimasta quasi immutata, con poche ma importanti e intelligenti modifiche, a ogni sessione di mercato. Già lo scorso anno solo per un soffio non era riuscito nell’impresa dell’immediata risalita nella Massima Serie. Quest’anno difficilmente potrà sfuggire ai ciociari la seconda promozione della loro storia. Sulla carta sarà un match a dir poco proibitivo per i colori biancazzurri, a meno di accadimenti insperati, in questo sport sempre possibili. Auguriamoci almeno di non dover subire un passivo troppo pesante, visto l’attuale gap tecnico fra le due compagini e che l’undici proposto da Zeman, sia in grado di ben figurare: sarebbe già abbastanza soddisfacente, al momento.

Fabio Rosica

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