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Accademia Italiana della Cucina, Delegazione Pescara Aternum: Il cibo di Carnevale

Conviviale delle nove delegazioni territoriali abruzzesi sulle tradizioni culinarie di Carnevale

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12 gennaio, presso il ristorante la Griglia dell’Orso, porto turistico di Pescara, si è svolta la conviviale della Delegazione Pescara Aternum dell’Accademia Italiana della Cucina.

Quest’anno le nove delegazioni abruzzesi, con il coordinatore territoriale, hanno organizzato ognuno per la propria delegazione, nello stesso giorno e alla stessa ora, una conviviale con un tema di attualità: Il cibo di Carnevale.

Nella lettera di invito per l’iniziativa collettiva il Coordinatore Territoriale Abruzzo dell’AIC, Nicola D’Auria ha detto:

«Questa iniziativa, nata cinque anni fa, ha assunto un'importanza e un significato profondo per la nostra regione. Riunire simultaneamente nove delegazioni sotto un unico tema non è solo un atto simbolico, ma la dimostrazione concreta di come la cucina sia il collante identitario dell'Abruzzo. Celebrare le tradizioni del Carnevale significa onorare la nostra storia agraria e sociale, preservando quelle ricette che rischiano di perdersi nella frenesia moderna. La Conviviale Regionale è il nostro modo di fare rete, valorizzando le diversità di ogni singola provincia all'interno di una visione d'insieme che rende l'Abruzzo un'eccellenza gastronomica riconosciuta e coesa».

L’Accademia Italiana della Cucina, ha come obiettivo principale, sin dal 1953 anno di costituzione, la conoscenza delle tradizioni enogastronomiche locali e la possibilità di coltivarle, farle conoscere e tramandarle.

Carnevale non è solo una festa goliardica dove maschere e scherzi riempiono i giorni del festeggiamento, ma una tradizione millenaria che segna un tempo ben preciso della stagione che per i cristiani è l’inizio della Quaresima.

Il Delegato Giuseppe Di Giovacchino, accogliendo i numerosi accademici e ospiti, nella sala del ristorante, ha voluto appunto ricordare l’importanza della conviviale 

“L’evento -ha detto Di Giovacchino- non rappresenta solo un momento di degustazione, ma un’operazione culturale volta a tutelare e tramandare le radici della cucina del territorio, missione cardine dell'AIC, Istituzione Culturale della Repubblica Italiana”.

Relatore della conviviale Mimmo Marcantonio che ha aperto il suo intervento con una riflessione sul tema del tempo, introdotta anche attraverso il richiamo al brano tradizionale “Li misciarule”, che racconta il ritmo con cui la vita contadina scandiva mesi, lavori, gesti e preparazioni. 

Il senso di quella scelta era semplice: prima di parlare di piatti e ricette, era necessario entrare nel tempo che le aveva generate.

“Il Carnevale -ha detto Marcantonio- non nasce come festa nel senso moderno del termine. L’etimologia stessa, carnem levare, indica l’avvicinarsi di un periodo in cui la carne non si sarebbe dovuta consumare. Non segnava un inizio, ma una fine: la conclusione di un modo di mangiare e di vivere il quotidiano, prima dell’inizio della Quaresima, tempo di sobrietà e astinenza nella tradizione cristiana” ...” un modo concreto per attraversare un periodo più difficile dell’anno, imparando a far bastare ciò che c’era. In questo passaggio il Carnevale assumeva una funzione precisa: rappresentava l’ultimo momento in cui aveva senso gestire e consumare il prodotto fresco prima di affidarsi a ciò che doveva durare”.

“Il cibo di Carnevale rispondeva a una logica precisa. La carne del maiale non veniva semplicemente cucinata: veniva gestita. Alcune parti andavano consumate rapidamente, altre trasformate per durare. Il fritto permetteva di utilizzare ciò che non si sarebbe conservato a lungo; la carne arrostita consentiva di consumare il fresco nel momento migliore; i salumi, invece, venivano insaccati, salati e affidati al tempo. Non si trattava di eccesso, ma di equilibrio: usare tutto senza sprecare nulla e senza compromettere ciò che doveva durare nei mesi successivi”.

Nel suo intervento, Marcantonio, ha precisato come le ricette dei piatti, divenuti poi tradizioni, si siano tramandate direttamente nelle cucine ripetendo gesti antichi osservando e raccontando di come venivano eseguite.

Per non perdere il legame con la tradizione del tempo passato, il ruolo dell’Accademia diventa centrale non ripetendo meccanicamente un procedimento del passato, ma facendolo evolvere creando una continuità temporale delle pietanze per una continuità consapevole.

“Finché siamo capaci di riconoscere quel legame, non stiamo semplicemente ripetendo una tradizione: la stiamo tutelando e trasmettendo alle generazioni future” ha detto Marcantonio concludendo la sua relazione allietata da canzoni popolari molto gradite dai presenti.

Il simposiarca Sideri Guglielmo ha parlato dei piatti che sarebbero stati serviti e come essi nella loro elaborazione e presentazione abbiano voluto rappresentare i colori e le tradizioni del Carnevale.

Ed ecco che l’antipasto chiamato la Ballata dell’Orso di Jelsi, maschera carnevalesca tipica molisana, ha presentato una selezione di salumi e formaggi molisani accompagnati dalla pizza fritta e dalle pallotte cacio e ova.

Il primo piatto Ravioli di Arlecchino, tipici abruzzesi con ricotta e zafferano, ha lasciato stupiti commensali per i colori presenti nel piatto come il costume della famosa maschera.

La Grigliata di Frappiglia e Patanello, due maschere tipiche abruzzesi, con carne mista di maiale, uno dei piatti della tradizione del carnevale.

E infine l’immancabile tradizionale Pizza doce accompagnata con i suoi colori e le chiacchiere di carnevale fritte come da tradizione.

La conviviale si è conclusa con grande soddisfazione di tutti per un incontro ricco di cultura e di pietanze ben studiate e magistralmente cucinate dal cuoco Pietro Di Maria con la sua brigata di cucina.

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