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L'invasione straniera sulle panchine della Serie A: una rivoluzione tattica

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Da Cuesta a Tudor: sette allenatori non italiani aprono la nuova stagione del calcio nostrano

Una trasformazione silenziosa ma profonda. Il calcio italiano, storicamente geloso delle proprie tradizioni tattiche e riluttante ad accogliere tecniche straniere in panchina, sta vivendo una rivoluzione culturale senza precedenti. Con sette allenatori provenienti dall'estero ai nastri di partenza della nuova stagione, la Serie A registra il record nell'era dei tre punti a vittoria, segnando un cambio di paradigma che coinvolge club di ogni ambizione: dalle pretendenti allo scudetto fino alle squadre impegnate nella lotta salvezza. Un fenomeno che non solo ridisegna il panorama tecnico del nostro campionato, ma solleva interrogativi sulla direzione futura di un movimento che ha fatto della scuola allenatori italiana uno dei suoi più prestigiosi biglietti da visita nel mondo. Un cambiamento che si inserisce in un contesto più ampio di internazionalizzazione del calcio italiano, testimoniato anche dal recente lancio di 1Bet Italia che arricchisce il panorama delle piattaforme dedicate agli appassionati di calcio.

Dalla tradizione al multiculturalismo tattico

I numeri raccontano un'evoluzione rapida e sorprendente. Nell'estate del 1995, quando nasceva Carlos Cuesta – il giovane tecnico spagnolo scelto dal Parma – la Serie A contava solo tre allenatori stranieri (Eriksson, Boskov e Zeman). Trent'anni dopo, il loro numero è più che raddoppiato, con Tudor alla Juventus, Chivu all'Inter, Vieira al Genoa, Juric all'Atalanta, Fabregas al Como e Runjaic all'Udinese che affiancano proprio Cuesta in questa rivoluzione straniera. Un aumento esponenziale rispetto ai soli tre mister esteri presenti dodici mesi fa.

Questo fenomeno, pur restando distante dai numeri della Premier League (dove gli stranieri occupano 17 panchine su 20), allinea la nostra Serie A alla Ligue 1 francese, la posiziona leggermente indietro rispetto alla Liga spagnola (6) ma davanti alla Bundesliga (8). Un risultato notevole per un campionato che ha sempre fatto della propria identità tattica un marchio distintivo.

La sfida dell'adattamento al calcio italiano

Renzo Ulivieri, presidente dell'associazione allenatori italiana, respinge ogni allarmismo: "Non c'è da aver paura, mischiare le culture fa bene. L'allenatore italiano deve diventare più meticcio, combinando la nostra tradizionale verticalizzazione con il palleggio spagnolo e, quando serve, con il lancio lungo all'inglese".

Il tecnico toscano, che nonostante gli 84 anni mantiene l'abitudine di visitare personalmente tutti i colleghi del campionato, evidenzia però le difficoltà che attendono chi arriva dall'estero: "Sul piano tattico siamo complicati. All'estero si sceglie un modulo e non si cambia mai, mentre in Italia bisogna essere camaleontico anche durante la stessa partita". Una complessità confermata dai dati: lo scorso anno solo due stranieri su tre (Runjaic e Fabregas) hanno concluso la stagione, mentre due anni prima tre su quattro subirono l'esonero.

Nuove influenze tattiche e proprietà internazionali

Le influenze straniere si sono diversificate. Cuesta e Fabregas rinnovano la tradizione spagnola, Juric e Tudor portano una ventata di tattica croata quasi quarant'anni dopo l'esperienza di Ivic all'Avellino. Chivu rappresenta solo il secondo allenatore romeno nella storia della Serie A dopo Lucescu, mentre Runjaicè appena il terzo tedesco e Vieira il terzo francese.

Ulivieri individua nelle proprietà straniere un fattore determinante: "Spesso scelgono un allenatore basandosi su numeri e algoritmi, strategia sbagliatissima per un mestiere fondato su istinto e umanità. La decisione deve nascere da un ragionamento studiato, come ha fatto l'Atalanta puntando su Juric dopo Gasperini, cercando il profilo più simile al predecessore nonostante le recenti esperienze negative".

Dal monopolio italiano al melting pot tattico

È interessante notare come dal 2005 al 2008 la Serie A abbia avuto esclusivamente allenatori italiani. Fu poi Moratti a rompere questa egemonia ingaggiando Mourinho all'Inter, scelta che portò al triplete nerazzurro e alla conquista della Champions League dopo 46 anni di attesa.

Gli effetti di questa contaminazione tattica si vedono anche nel comportamento dei tifosi, con episodi che mostrano quanto il calcio italiano stia evolvendo anche sugli spalti, come evidenzia la notizia del tifoso denunciato per aver portato un fumogeno allo stadio che dimostra come le autorità stiano cercando di allineare anche il comportamento del pubblico agli standard europei.

Il calcio italiano si trova dunque a un bivio: mantenere la propria identità tattica o abbracciare questo melting pot di idee e metodologie? La risposta probabilmente risiede in un equilibrio sapiente tra tradizione e innovazione, in una sintesi che potrebbe rappresentare il futuro della scuola allenatori italiana. Perché se è vero che "Italians do it better", è altrettanto vero che il confronto e lo scambio culturale hanno sempre rappresentato un motore di crescita in ogni ambito, compreso il calcio.

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